Il governo abolisce i voucher. Torna la responsabilità solidale negli appalti
Con una decisione a sorpresa, il Governo è intervenuto sulla materia dei due referendum abrogativi fissati per il 28 maggio in maniera tale da rendere inutile la consultazione popolare voluta dalla Cgil, che la scorsa primavera aveva raccolto più di un milione di firme per ciascuno dei due referendum. Un decreto legge con i requisiti di necessità e urgenza approvato dal governo il 17 marzo ha stabilito che dal 18 marzo non si potranno più acquistare voucher per pagare prestazioni lavorative. I voucher già richiesti entro il 17 marzo potranno essere spesi entro il 31 dicembre 2017. La regola vale sia per le famiglie che per le imprese. Dopo 14 anni il “buono” per pagare prestazioni di lavoro accessorie, il cui uso è stato via via allargato anche a lavori continuativi e subordinati, scompare.
Nel 2016 solo il 3% delle ore retribuite con i voucher avevano per committenti privati cittadini che hanno impiegato questa opzione per pagare pulizie occasionali, giardinaggio, baby sitting. La parte restante degli oltre 130 milioni di ore retribuite è stata impiegata, dopo il progressivo allargamento dell’impiego dei buoni lavoro, nel terziario. Con un effetto di sostituzione del lavoro salariato con lavoro occasionale, denunciato da molte statistiche che smentiscono una emersione del nero, e con abusi fatti emergere da campagne sindacali e inchieste giornalistiche.
La fine dei voucher rappresenta un problema reale per famiglie e associazioni, ma ripristina un principio di civiltà nel mondo dell’impresa: il lavoro offerto da donne e uomini si acquista non con un tagliando dal tabaccaio, ma stipulando un contratto.
La normativa attuale ne prevede circa 40: per gli imprenditori non sarà difficile scegliere le forme più consone alle loro esigenze. Sottoposta a revisione anche la disciplina della solidarietà negli appalti, altra materia del referendum. Il decreto legge ristabilisce un’uguale responsabilità (“responsabilità solidale”), tra committente e appaltatore nei confronti dei lavoratori: il committente sarà chiamato a rispondere per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti della retribuzione del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo rigoroso su quella a cui affida il subappalto, a differenza di quanto accadeva prima, quando, da un lato, si lasciava alla contrattazione collettiva nazionale la facoltà di derogare alla responsabilità solidale e, dall’altro, si consentiva al committente, in sede processuale, di evitare esborsi invocando la preventiva escussione del debitore principale.
Entrambi i referendum proposti dalla Cgil mettevano nel mirino norme modificate dai decreti legislativi del Jobs Act del 2014. Tocca ora al Parlamento convertire senza modifiche sostanziali il provvedimento in una legge che determinerà in maniera ufficiale la non celebrazione della consultazione popolare.
I frutti avvelenati di un decisionismo senza mediazione
La decisione del Governo di anticipare gli obiettivi della consultazione popolare rappresenta un dietrofront clamoroso sul provvedimento simbolo dei tre anni di Renzi e la presa di coscienza del fallimento di un modo di governare. L’idea secondo la quale il dialogo sociale rappresenta la “palude” e i corpi intermedi, esaltati dalla Costituzione come coagulatori e moderatori delle istanze individuali, sono fastidiosi ostacoli al decisionismo del leader, ha contraddistinto una fase in cui, tra inaspettati consensi e distratti silenzi, forze sociali ancora dotate di legittimazione (lo testimoniano le firme raccolte in tre mesi dalla Cgil) sono state ripetutamente umiliate e dileggiate. Se nell’autunno 2014 e lungo tutti i suoi tre anni di vita il Governo Renzi avesse scelto la via del confronto con le parti sociali – una pratica che non limita la sua autonomia decisionale – il Paese non sarebbe arrivato all’aut-aut che i referendum abrogativi implicano e alle scelte drastiche compiute dal Governo. Non sono le firme raccolte dal sindacato ad avere smantellato i voucher, ma l’incapacità e la non volontà di costruire una mediazione sociale tra gli interessi e i bisogni del Paese.
Davide Tondani




