Non solo l’Olocausto è preda di chi vorrebbe cambiare la storia

27 gennaio: Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Un film, “La verità negata” riporta l’attenzione sul negazionismo

entrata_AuschwitzMetà degli anni Novanta dello scorso secolo. L’ambiente è la Gran Bretagna, dove la storica americana Deborah Lipstadt, accusata da Irving di diffamazione per quanto scritto in un suo saggio, è costretta dalla legislazione inglese a difendersi sostenendo l’onere della prova della propria innocenza. L’accusatore è David Irving, negazionista, l’accusata è l’autrice di un saggio sull’Olocausto e deve, con l’aiuto di importanti storici dell’età contemporanea, dimostrare la falsità dell’affermazione secondo la quale “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”. Il problema è come provare, non cosa provare, in un dibattito tenace ed appassionante che oppone, secondo le regole processuali, la storia alla pervicacia di chi, in nome di un’ideologia, si affanna a voler credere (e far credere) l’incredibile.
È questa la trama di una interessante pellicola cinematografica uscita alla fine dello scorso anno, “La verità negata”, opera del regista britannico Mick Jackson, nella quale l’attenzione è puntata sulla assurdità di quella forma di revisionismo che, “utilizzando a fini ideologici-politici modalità di negazione di fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso”.
È quanto accade sempre più spesso e in questi giorni di fine gennaio in cui si celebra la Giornata della Memoria simili teorie pervicacemente professate e portate avanti nell’assoluta indifferenza dei dati storici non possono che lasciare sgomenti. Ci sono, nell’Europa di questo inizio di XXI Secolo, delle fasce di oscurità quasi incomprensibili, se non correlate a rigurgiti di razzismo o antisemitismo che sembravano vinti dall’orrore verso fatti storici accertati nella loro assoluta tragicità. Come non ricordare le fotografie di larve umane scattate ai sopravvissuti dei lager all’atto della loro liberazione? Come far finta non siano mai nati i tanti da quei luoghi di morte mai ritornati? Come non rammentare le testimonianze atroci di quanti dai campi di concentramento tedeschi (e non soltanto tedeschi…) sono riusciti a ritornare alle loro case, dai più famosi “Se questo è un uomo” di Primo Levi o “Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera fino ai deportati lunigianesi, fortunatamente rientrati alla fine della guerra?

Shoah: per non dimenticare
BuchenwaldLa Giornata della Memoria, a livello internazionale, è occasione di manifestazioni e di pubblicazioni di nuovi contributi storiografici che acquistano particolare peso in un momento in cui si sentono nuovamente parole minacciose che vorrebbero negare la oggettiva realtà dell’Olocausto. Conosciamo, certo, quanto è avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale costata, all’umanità, fra militari e civili, da 30 a 40 milioni di morti. L’eccidio perpetrato da Hitler, l’antisemitismo fascista con le leggi razziali e la collaborazione della Repubblica di Salò alla caccia agli Ebrei, è un capitolo a sé. Sei milioni di Ebrei, sui dieci che vivevano in Europa, fra cui un milione e mezzo di bambini seviziati e uccisi. Non basta una conoscenza superficiale di tali orribili fatti. Ecco, occorreva, per la ripugnante parentesi, una giornata per entrare nella sofferenza più cruda e riflettere su quella strage. Di stragi la Storia è piena. Tutte condannabili, ma l’eccidio del popolo ebraico è avvenuto a freddo; deciso negli uffici di un Paese situato nel cuore dell’Europa, considerato civile, colto, evoluto. Il Male però irrompe pure nel ventre di un mondo levigato dove si leggono poesie e si ascolta Beethoven. La Shoah è allora anche il simbolo di quanto la cultura e l’apparente civiltà non siano sufficienti a garantire il rispetto dell’uomo e della sua irripetibile dignità. Il 27 gennaio facciamo silenzio attorno e dentro ai noi poiché non possiamo rimanere indifferenti di fronte ad un crimine che macchia per sempre il percorso dell’umanità affinché non ci siano mai più altri Auscwitz ed affini. Mai cedere di fronte ad ideologie razziste o al terrorismo, neppure davanti a quello che cerca giustificazioni nella fede. Un 27 gennaio, dunque, carico di significati soprattutto per i giovani, depositari della coscienza futura, affinché siano aiutati, dagli adulti, ad aprirsi ai valori della democrazia, della condivisione, dell’accoglienza spalancando le porte alla speranza. Poiché, vogliamo credere, che a vincere alla fine, sarà il Bene. (I.F.)

I negazionisti sanno utilizzare strategie finalizzate a far credere falso ciò che è verità storica. Lo fanno manipolando documenti, eliminandone le parti che cozzerebbero contro le loro opinioni, utilizzando false prove, avvalendosi di fuorvianti traduzioni di testi, ricorrendo a false testimonianze dettate da testimoni altrettanto fraudolenti. Operano in modo subdolo, mascherano dietro la sacrosanta difesa della libertà di opinione una propaganda che mira a fare scomparire in una nebbia indistinta ciò che è verità storica. È così per l’Olocausto, ma non solo.
Di forme di revisionismo sono oggi oggetto molti dei temi più scottanti rimasti aperti alla fine del secondo conflitto mondiale. C’è il problema dei gulag sovietici; c’è la lotta partigiana; ci sono le stragi nazifasciste. Ci sono reticenze perdurate per decenni e che oggi rischiano di trasformarsi in pericolosi grimaldelli nelle mani di quanti vorrebbero, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, riabilitare ideologie, fatti e personaggi che la storia ha irrimediabilmente condannati al disprezzo. E, contemporaneamente, costruire un alone di dubbio verso ideali, persone e fatti che a quelle aberrazioni si sono opposti. A questo bisogna opporsi con la serietà di un’onesta ricerca storiografica.

(Giulio Armanini)

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