Un Nobel contro il diritto del più forte

Sahel: quasi 4 milioni di sfollati. Unhcr chiede più risorse per protezione e assistenza”. “Siria: Onu, 280 incursioni israeliane nel sud a settembre. Denunciate detenzioni arbitrarie e maltrattamenti”. “Nepal: Unicef, oltre 32.000 bambini colpiti dal crollo della montagna di ghiaccio. “Il mondo agisca per ridurre i rischi climatici”. “Afghanistan: Onu, almeno 53 donne e ragazze arrestate per violazioni del codice di abbigliamento”.

il presidente del Comitato norvegese per il Premio Nobel, Jorgen Watne Frydnes, mostra sul suo telefono una foto di Navanethem ‘Navi’ Pillay vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2026 (Foto ANSA/SIR)

Queste sono le notizie di un giorno qualsiasi comunicate dall’Agenzia giornalistica AgenSIR, il Servizio Informazione Religiosa della Cei. Di fronte a queste necessità quotidiane di gente che ogni giorno non sa se arriva a sera, c’è l’atteggiamento del Presidente degli Stati Uniti che si preoccupa di aggiungere ai suoi trofei il Premio Nobel, lui che «mentre gli altri parlano» ha «ridisegnato la scena mondiale» (purtroppo è vero!). Intanto promette che «faremo un accordo con l’Iran… oppure (amante della pace quale egli è) «annienterò la Repubblica islamica». In questi anni si è preoccupato di smantellare tutte le organizzazioni sovranazionali con operazioni semplicissime: il taglio dei fondi.

Già gli Usa avevano ritirato i fondi destinati ai rifugiati e alle migrazioni. Ora si aggiungono l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. I tagli previsti nel 2026 ammonterebbero a oltre 4 miliardi di dollari, che si aggiungono a quelli destinati ai rifugiati e alla migrazione. Malgrado ciò Trump rivendica il Nobel per la Pace, assegnato invece a Navi Pillay, sudafricana, nata durante l’apartheid in una famiglia di origine tamil indiana, che ha dedicato la carriera alla difesa dei diritti umani e alla lotta contro la discriminazione. Giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda ed ex alta commissaria Onu per i diritti umani, ha contribuito a riconoscere lo stupro e la violenza sessuale come possibili strumenti di genocidio e crimini contro l’umanità.

Questo ruolo fa irritare particolarmente Trump e Netanyahu. Ha presieduto la Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Come presidente di tale commissione Pillay, in un comunicato diffuso il 16 settembre 2025 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), ha presentato le conclusioni di un rapporto, secondo cui le autorità israeliane avevano commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza.

Per questo il Premio Nobel a Navi Pillay non è solo una “medaglia” strappata a Trump. è dichiarare che il diritto internazionale non può essere il diritto del più forte né può essere subordinato alla volontà delle grandi potenze.

Giovanni Barbieri