Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

Domenica 18 ottobre – XXIX del Tempo Ordinario
(Is 45,1.4-6 1Ts 1,1-5 Mt 22,15-21)

La liturgia delle ultime domeniche ci ha ricordato l’amore incondizionato di Dio che ha già preparato per ognuno di noi il banchetto, e ci invita malgrado le nostre inadeguatezze. Oggi essa torna a ricordaci la nostra parte, quella di vivere semplicemente da uomini, creature dotate di corpo e spirito. Nell’ardua impresa dei Farisei ed Erodiani di prendere Gesù in fallo, procedono con l’ipocrisia nascondendo l’ostilità e i pensieri omicidi dietro il velo dell’adulazione.
Ma come sempre quelli che odiano una persona finiscono per rendergli gloria. Gesù comunque comprende subito il loro gioco e risponde loro: rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
La Sua risposta potrebbe essere intesa come una semplice settorializzazione delle cose. Ma l’uomo non è diviso nella varietà delle sue funzioni e capacità, anzi tutte concorrono all’unità della persona rendendola quella che è. Gesù denunciando l’ipocrisia dei suoi interlocutori mostrando quello che essa comporta, permette anche a noi di riconoscere l’immoralità dell’ipocrisia.
L’ipocrita non solo mette la maschera, ma finge la lode, nasconde la sua malvagità mentre la progetta, non socializza ma esce fuori dalla comunione come i farisei che se ne andarono per tenere consiglio contro Gesù. L’ipocrita esce dal dialogo per progettare la sua cattiveria. Tuttavia, ritornando alla risposta di Gesù, Egli comprende il dilemma della loro domanda e fa capire che la sequela di Cristo non è in contrapposizione con la vita di relazione. Come Cesare ha coniato una moneta con la sua immagine, Dio ha creato l’uomo a Sua immagine.
Noi apparteniamo a Dio e la moneta appartiene al suo artefice. Pertanto, alla moneta non possiamo rendere l’onore che dobbiamo a Dio, che ci ha creati, ma dobbiamo restituirla al suo artefice. Ecco l’operosità della fede, la fatica della carità, e la fermezza della speranza di cui parla san Paolo rivolgendosi ai Tessalonicesi (1Ts1, 3).
Senza confondere le due cose, e gli onori da rendere a ciascuna siamo chiamati a far fronte alle difficoltà che comporta tale integrità. Un’opera incompleta di un autore anonimo dice che riflettiamo l’immagine di Dio in questo modo: Non mi gonfio dell’arroganza dell’orgoglio; né cedo al rossore della collera; né soccombo alla passione dell’avarizia; né mi abbandono alle follie della crapula; né mi contamino con la doppiezza dell’ipocrisia; né inquino me stesso con la sozzura delle risse; né divento superbo con la pretenziosità della presunzione; né mi appassiono al peso dell’ubriachezza; né mi estraneo nel dissenso verso una mutua ammirazione; né corrompo altri con i morsi della maldicenza; né divento orgoglioso nella vanità del pettegolezzo. Al contrario rifletterò l’immagine di Dio nel nutrirmi di amore; nel diventare saldo nella fede e nella speranza; nel corroborarmi con la virtù della pazienza; nell’essere sereno nell’umiltà; nell’adornarmi della castità; nell’essere sobrio nell’astensione; nell’essere felice nella tranquillità; nel prepararmi alla morte praticando l’ospitalità. (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 42)
Lasciamo la moneta a Cesare e restituiamo l’umanità a Dio.

Don Jules Ganlaky