Business e soft power: lo storico connubio tra calcio, affari e politica
A Roma i calciatori della Nazionale italiana festeggiano la vittoria nei Mondiali del 1934 (foto da Wikipedia)

La storia del calcio internazionale insegna che gli intrecci tra sport e geopolitica hanno radici profonde. L’Italia fascista può essere considerata un’antesignana della strategia di utilizzare la popolarità del calcio per finalità extrasportive.
Il torneo mondiale del 1934 fu assegnato all’Italia grazie alla promozione sportiva, ed in particolare calcistica, operata dal regime mussoliniano. L’idea del calcio come vetrina internazionale del fascismo si concretizzò in un’edizione con stadi nuovi di zecca, otto città ospitanti (l’edizione precedente, in Uruguay, prevedeva partite nel solo stadio di Montevideo), la copertura radiofonica di ogni incontro, il generoso rimborso del 70% delle spese di viaggio e alloggio delle squadre ospiti.
L’Italia non fu solo paese ospitante ma anche vincitrice della Coppa Rimet, come si chiamava allora la competizione. Le decisioni arbitrali in favore dell’Italia non furono poche: nella prima partita finita in parità con la Spagna, nella sua replica (l’arbitro svizzero fu radiato dalla sua federazione al rientro in patria), nella semifinale con l’Austria.
La squadra italiana era di assoluta qualità e la finale vinta in maniera netta lo dimostrò, ma tra gli storici del calcio è diffusa l’opinione secondo la quale la nazionale fu accompagnata per mano verso la vittoria, proprio come sarebbe accaduto all’Argentina dei generali quasi mezzo secolo più tardi, nel 1978.

Il logo dei Mondiali di calcio del 1978 in Argentina

Quell’edizione del campionato del mondo si svolse in un ambiente fortemente nazionalistico e in un’atmosfera cupa e tesa a causa della situazione politico-sociale presente in Argentina dopo l’instaurazione nel 1976 di un oppressivo regime militare. La giunta al potere avocò a se l’organizzazione della manifestazione, sfruttando propagandisticamente i mondiali per rafforzare la propria autorità e per dare una dimostrazione di efficienza. L’ammiraglio Massera, uno dei più stretti collaboratori del generale Videla nelle politiche di repressione, tortura ed eliminazione fisica degli oppositori, capì il valore propagandistico del torneo.
La vittoria dell’Argentina, non priva di polemiche e contestazioni, esaltò il nazionalismo della popolazione e diede prestigio indirettamente anche al regime militare. Le proteste, via via sempre più flebili, di parte dell’opinione pubblica per un mondiale giocato in un paese governato da una crudele dittatura, trasmisero l’idea che il business viene prima del resto.
Già allora la FIFA si dichiarava apolitica e super partes e confermava la fiducia all’Argentina per ospitare i mondiali nonostante il polverone politico. Un atteggiamento non diverso da quello che ha accompagnato l’assegnazione della rassegna calcistica alla Russia dell’autocrazia di Putin (che già aveva invaso Georgia e Crimea) nel 2018 o al Qatar nel 2022, in cui 6.500 moderni schiavi morirono nella costruzione di stadi e infrastrutture, due edizioni che consacrarono, nel corso del XXI secolo, l’investimento in grandi eventi sportivi per promuovere il proprio “soft power”, cioè la capacità di ostentare la propria potenza con mezzi diversi da quelli militari.
Il Sudafrica che ospitò il mondiale 2010 per presentare al mondo i successi della ‘nazione arcobaleno’ sorta dopo i decenni dell’apartheid ne è stato l’esempio più evidente. Al punto che l’avere ottenuto il mondiale a suon di tangenti pagate alla Fifa per sconfiggere la concorrenza di Marocco ed Egitto, come emerse 5 anni dopo, apparve quasi come un inevitabile effetto collaterale.

Davide Tondani