8 maggio 2025: eletto nel pieno del Giubileo ha messo in atto azioni per dare profondità e stabilità al cammino della Chiesa. Con lo sguardo attento alle ferite del nostro tempo

È passato un anno da quando il nostro settimanale scriveva: “Al Prevosti ié dvëntà Papa!”. Un’espressione semplice, nata quasi spontaneamente nel nostro territorio, per raccontare di un’elezione che ci aveva colti un po’ di sorpresa. Dodici mesi dopo quello stupore ha lasciato spazio a uno sguardo più maturo.
“Un anno con Leone” non è il tempo delle contrapposizioni ma quello di una fisionomia che lentamente si è resa riconoscibile.
Il pontificato di Leone XIV si è mosso fin dall’inizio dentro una linea che supera letture ideologiche e riveste uno sguardo capace di tenere insieme dimensioni diverse ma senza ridurle. Qualcuno ha persino insistito sulle differenze rispetto a Papa Francesco, soffermandosi a elementi esteriori.

Ma ciò che emerge con più chiarezza è un tentativo del Pontefice di dare profondità e stabilità al cammino della Chiesa. Non un ritorno indietro dunque ma piuttosto un radicamento.
In questo quadro si inserisce anche l’attenzione alla liturgia. Senza gesti eclatanti, Leone XIV ha rimesso al centro il senso del sacro, la cura delle celebrazioni, il valore del silenzio. Non come scelta estetica ma come dimensione essenziale della fede.
Un tratto particolarmente significativo è poi il legame con la diocesi di Roma. Il Papa ha scelto di viverlo concretamente, attraverso visite alle parrocchie, incontri con il clero e momenti di presenza nei quartieri della città. Roma non è rimasta uno sfondo simbolico ma è diventata parte del suo ministero di vescovo.
Anche i viaggi hanno contribuito a delineare questo primo anno. Quelli annunciati per il nostro Belpaese definiscono uno stile pastorale sobrio ma autentico, fatto di ascolto e prossimità. Non dunque viaggi per “fare notizia” ma per incontrare comunità reali. E lo stesso vale per gli spostamenti internazionali, sempre segnati da un’essenzialità che privilegia la relazione più che la scena.

Dentro questo orizzonte si colloca anche la scelta di tornare a soggiornare a Castel Gandolfo. Non un gesto nostalgico ma il recupero di un tempo e di uno spazio per il riposo, la preghiera e la riflessione. E proprio da lì, con regolarità, il Papa continua a uscire per incontrare giornalisti e fedeli e rivolgere loro parole semplici ma dense, quasi a ricordare che la guida della Chiesa nasce sempre da un rapporto vivo con Dio e con il popolo. Questo primo anno va poi letto nell’ottica del Giubileo.

Leone XIV è diventato Papa mentre il Giubileo era già avviato, in un momento in cui il suo predecessore, segnato dalla fragilità fisica, non aveva potuto essere sempre presente. Il nuovo Pontefice ha così rivestito questo tempo come occasione da rilanciare, restituendo centralità spirituale: non solo eventi ma un invito concreto alla conversione, al pellegrinaggio, alla riscoperta della misericordia.
Significativo anche il modo in cui ha coinvolto il Collegio Cardinalizio. La convocazione di un concistoro – e un nuovo appuntamento è previsto a fine giugno – non appare come un semplice momento istituzionale ma come un’occasione di confronto sulla vita della Chiesa. Non tanto per ridefinire strutture quanto per interrogarsi su come la comunità ecclesiale possa essere sempre più luogo in cui la fede matura e la pastorale si organizza, in modo vivo e concreto.

Fin dal primo momento dell’elezione del card. Prevost c’è stata significativamente una parola: pace. Non come slogan, ma come urgenza. Lo sguardo del Papa si è rivolto con insistenza alle ferite del nostro tempo: il Medio Oriente, il dramma di Gerusalemme, il conflitto in Ucraina, le tensioni che attraversano tanti popoli.
In ogni occasione Leone XIV ha richiamato la responsabilità di tutti, invitando a disarmare i cuori prima ancora delle armi. Si è poi detto che questo Papa non alza la voce.
In realtà la sua parola è stata tutt’altro che debole. È una voce che non cerca lo scontro ma non neppure rinuncia alla verità, evita toni accesi ma sa essere ferma. Una voce che nasce da una visione evangelica della realtà. Ed è proprio qui che si coglie il filo più profondo di questo anno.

Il pontificato di Leone XIV sembra muoversi dentro le immagini del Vangelo, come seme che cresce nel silenzio e forza mite che non si impone ma trasforma.
Una Chiesa che non rinuncia a parlare al mondo ma lo fa senza perdere la propria anima. “Un anno con Leone” non è allora solo un bilancio.
In un tempo che spinge a scegliere da che parte stare, questo pontificato chiede qualcosa di più esigente: rimanere nel Vangelo. Non sopra le parti ma dentro la storia, non neutrali ma liberi. Il “Prevosti ch’ ié dvëntà Papa” ci offre così un nuovo inizio.
Un inizio che ci sprona a chiederci cosa e come essere Chiesa in questo contesto storico e geopolitico. Questi 365 giorni hanno aperto la strada e mentre al Papa tocca “portare il cero”, a noi senz’altro spetta offrire il nostro contributo per fargli da bracieri.
Bracieri che devono essere sempre ardenti perché il bisogno non sia di alzare la voce ma di “parlare meglio” perché il messaggio di Cristo venga ascoltato. In Illo uno unum – Nell’unico Cristo siamo uno (dal motto del Papa).
Fabio Venturini



