A colloquio con il giovane seminarista che il 1° marzo sarà ordinato diacono nel percorso verso il sacerdozio

“Non vengo da una famiglia particolarmente credente” – racconta senza esitazioni Diego Bassi, che a Massa il 1° marzo sarà ordinato diacono – i miei non erano ostili alla Chiesa, ma piuttosto indifferenti”.
La scintilla della fede, per lui, passa dalle figure umili e decisive delle sue nonne e di una zia. È una fede “di paese”, come la definisce lui stesso: catechismo scelto di propria iniziativa, il servizio all’altare e l’aiuto in sacrestia, imparando la liturgia più “con le mani” che sui libri. Una fede elementare, eppure vera, capace di resistere anche alla distanza dell’adolescenza.
Questa settimana il nostro settimanale ha raggiunto Diego Bassi per ascoltare, dalla sua stessa voce, la storia di una vocazione che matura nel tempo, tra attese, domande e fedeltà quotidiane.
Domenica 1° marzo, nella Basilica Cattedrale di Massa – in previsione di diventare sacerdote e unitamente a Filippo Lijith Vattakkattil – Diego sarà ordinato diacono dal vescovo Mario.
Un passaggio decisivo, carico di significato, che interpella tutta la Chiesa diocesana, oggi più che mai chiamata a interrogarsi sul dono e sulla fragilità delle vocazioni.
Nato a Massa nel 1995, Diego è originario della parrocchia di Castagnola, piccolo paese dove la fede ha il sapore delle cose semplici e quotidiane. A Diego, che si prepara a dire il suo “eccomi”, tramite le pagine del nostro settimanale, giunge l’augurio più semplice e più esigente: restare fedele alla luce che ha acceso il corridoio della sua vita, perché possa illuminare anche il cammino di altri. (F.V.)
Diego non è uno di quelli che “ha sempre saputo”. Anzi. Dopo l’allontanamento tipico dei tredici anni, il ritorno passa da un gruppo di giovani e da un servizio silenzioso. “Non avevo mai pensato di diventare prete”, confessa con il suo sorriso disarmante.
Da bambino sognava addirittura di “fare il Papa”, affascinato dalle processioni viste in televisione, da Giovanni Paolo II e da quell’ordine solenne che parlava già, senza parole, al suo cuore. La vera svolta arriva durante l’università.
Iscritto a Chimica a Firenze, al secondo anno attraversa una crisi profonda, non tanto vocazionale quanto esistenziale: “Il futuro che mi si prospettava non era quello che sentivo adatto a me”. Un incontro apparentemente casuale – un seminarista che gli porge un volantino del transito di San Francesco – apre una fessura di luce.
All’inizio lo rifiuta, poi quel gesto ritorna, insiste, diventa domanda. “Introdurre il seminario nella mia vita, che in quel momento vedevo buia e senza fondo, è stata una boccata d’aria”.
Diego usa un’immagine potente: un corridoio buio in cui una porta si apre e la luce illumina tutte le altre. Il cammino non è stato rapido. Anni di propedeutico, di discernimento lento, di passi piccoli.
Nessuna voce dal cielo, nessuna visione: solo la pace crescente nel pensarsi così e la scoperta che quella felicità personale era “inseparabile” dal desiderio di una vita spesa per gli altri. “Prima di essere diacono e prima di essere prete, sono Diego”, dice con schiettezza. Con la sua originalità, la sua ironia, la sua umanità.
A illuminare il senso di questo percorso (plasmato nel 2020 con l’ingresso in seminario) è una parola biblica che Diego sente profondamente sua, tratta dal libro del Qoelet (3,1): “ogni cosa ha il suo momento sotto il cielo” Nulla è stato inutile, nulla anticipato. Ogni cosa ha un suo momento: ogni attesa, ogni rallentamento, ogni sorpresa ha avuto un senso. “Se tornassi indietro, non entrerei prima in seminario. Quel tempo mi è servito”.
È la trama paziente di Dio che chiede di essere accolta, anche quando non la comprendiamo. Il rapporto con la famiglia, per Diego – figlio unico, è stato segnato dal timore iniziale e poi da una rivelazione commovente.
Dopo anni di silenzio, quando finalmente racconta la sua scelta, i genitori gli dicono: “La tua felicità è la nostra felicità”. Parole che restano: anche quando non si capisce tutto, l’amore vero sa riconoscere la gioia dell’altro.
E ai giovani, oggi, cosa direbbe il nostro Diego? Non lezioni, non ricette. Solo un invito semplice e radicale: “Non abbiate paura di sperimentare, di buttarvi, di vivere. Se sentite che un’esperienza può essere per voi, non siate pigri. Cogliete i momenti, non lasciateli passare”.
È così, dice, che si trova la strada a cui si è chiamati. In una Chiesa che sente il peso della scarsità di vocazioni, l’ordinazione diaconale di Diego, non è solo un evento personale ma un segno affidato a tutti. Come ricorda il Vangelo “la messe è molta”: servono cuori disponibili, capaci di lasciarsi sorprendere e di ascoltare il tempo di Dio.
Fabio Venturini



