
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso della crisi del calcio italiano. Non è solo una questione di risultati della Nazionale, che non ha disputato il terzo mondiale consecutivo, ma di un sistema che sta perdendo la capacità di valorizzare i propri giovani. In Italia il talento non manca, anzi. Ci sono tantissimi ragazzi che avrebbero le qualità per fare carriera, ma troppo spesso il loro percorso si interrompe prima ancora di arrivare ai grandi palcoscenici. Le difficoltà sono tante. Da una parte ci sono situazioni personali e familiari che possono influire sul percorso di un giovane calciatore; dall’altra, però, c’è un problema strutturale.
Le società professionistiche danno sempre meno spazio ai ragazzi italiani, preferendo spesso affidarsi a giocatori già pronti o provenienti dall’estero. È una scelta comprensibile nell’immediato, perché tutti vogliono vincere, ma nel lungo periodo impoverisce il nostro movimento. Per questo la Federazione dovrebbe avere il coraggio di introdurre una regola precisa. Oggi non esiste l’obbligo di schierare un numero minimo di italiani titolari in Serie A, anche se ci sono norme legate ai vivai e ai giocatori formati nei club. Sarebbe giusto prevedere che ogni squadra schieri almeno cinque o sei calciatori italiani dal primo minuto, perché non basta costruire buoni settori giovanili se poi i ragazzi non trovano spazio quando arriva il momento di fare il salto tra i professionisti.
L’obiettivo non sarebbe penalizzare gli stranieri, che hanno contribuito a rendere il nostro campionato più competitivo, ma aumentare le opportunità per i giovani italiani. Se vogliamo una Nazionale forte, dobbiamo avere un numero maggiore di giocatori tra cui scegliere. È un ragionamento molto semplice: se il bacino è piccolo, diminuiscono le probabilità di trovare campioni; se il bacino si allarga, aumentano sia la quantità sia la qualità dei calciatori disponibili. Una norma del genere richiederebbe coraggio e una programmazione seria, ma potrebbe rappresentare un investimento per il futuro del calcio italiano.
Anche nella scelta degli allenatori della Nazionale servirebbe una visione diversa. Un apprezzamento particolare deve essere tributato a Silvio Baldini, non perché sia originario della nostra provincia, ma per il suo modo di intendere il calcio. Baldini ha sempre trasmesso sincerità, schiettezza e il coraggio di dire quello che pensa, qualità che nel calcio moderno sembrano quasi un difetto. È uno di quegli allenatori che mette al centro il lavoro, il sacrificio e soprattutto la crescita dei giovani. La sensazione è che persone così, proprio perché troppo sincere, finiscano spesso per pagare il prezzo della loro onestà. In un ambiente dove a volte prevalgono logiche diverse da quelle del campo, chi dice sempre ciò che pensa rischia di essere meno apprezzato di quanto meriterebbe.
Eppure il calcio italiano avrebbe bisogno proprio di figure di questo tipo: allenatori capaci di costruire, di insegnare e di dare fiducia ai ragazzi, senza guardare soltanto al risultato immediato. Il rilancio del nostro calcio non arriverà con un singolo allenatore o con una generazione particolarmente talentuosa. Servirà una riforma culturale, che riporti al centro i giovani italiani e dia loro la possibilità di sbagliare, crescere e maturare anche ai massimi livelli. Solo così potremo tornare ad avere una Nazionale competitiva e un movimento capace di guardare al futuro con maggiore fiducia. Perché il talento in Italia non è mai mancato. Quello che, forse, è mancato troppo spesso è il coraggio di credere davvero nei nostri ragazzi.
Alessio Pagani



