A Massa l’ordinazione presbiterale di don Raffaele Moscatelli. Di orgine marchigiana, il nuovo prete ha prestato servizio da diacono nell’Unità Pastorale di Pontremoli. Il Vescovo: “La tonaca non è un rifugio. Se lo diventa, abbiamo sbagliato qualcosa”.

Nei Primi Vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, a Massa la Cattedrale ha accolto l’ordinazione sacerdotale di Raffaele Moscatelli, radici che affondano nelle Marche, tra Ancona e il pesarese, anche se la nostra terra è ormai divenuta per lui casa. A presiedere il vescovo Fra’ Mario, attorniato da un gruppo di seminaristi e da una cinquantina di sacerdoti giunti da ogni parte della Diocesi, da diverse chiese toscane e dall’arcidiocesi di Ancona-Osimo, terra d’origine del novello sacerdote.
Suggestivo il momento dell’imposizione delle mani. Prima il vescovo e poi uno ad uno tutti i sacerdoti, in un gesto antico che esprime insieme comunione presbiterale e consegna totale della propria vita a Cristo. Un silenzio quasi palpabile, ha avvolto l’intera assemblea.
Nell’omelia il vescovo, rivolgendosi direttamente a Raffaele, gli ha posto una domanda: “Che prete vuoi essere? Come Pietro, o come Paolo?”.

Una domanda solo apparentemente alternativa. Attraverso una profonda lettura, il vescovo ha presentato i due apostoli come forme permanenti della vita della Chiesa. Pietro, principio di stabilità, radicamento e custodia, Paolo, principio di slancio missionario, apertura e superamento dei confini. La Chiesa ha sempre bisogno di entrambi: del pastore radicato e stabile e del missionario itinerante, dell’ufficio che custodisce e del carisma che spinge oltre.
Il vescovo ha precisato tuttavia che radicamento non significa immobilità. Il vero pastore non trattiene: genera movimento, rimette in cammino. Richiamando la guarigione dello storpio narrata negli Atti degli Apostoli, ha ricordato una frase che dovrebbe restare scolpita nel cuore di ogni sacerdote: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo dono”. Il prete, in altre parole, non è chiamato a distribuire sicurezze umane ma a rimettere le persone in piedi davanti a Dio.
Paolo, al contrario, è l’uomo delle strade, cioè dell’uscita. Il vescovo ha qui consegnato uno dei passaggi più forti dell’omelia: “La tonaca non è un rifugio – ha ricordato – Se lo diventa, abbiamo sbagliato qualcosa”.

Ma il vertice spirituale è giunto quando il vescovo ha introdotto una terza figura, silenziosa e decisiva, capace di superare perfino la dialettica tra Pietro e Paolo: Maria. Prima di ogni struttura ecclesiale, prima di ogni ufficio e di ogni missione, ha ricordato, c’è una donna che ha pronunciato una sola parola: fiat.
Questa è la forma più radicale dell’essere prete: non il governo di Pietro, non la missione di Paolo, ma l’ “Eccomi” di Maria: “Nessun Pietro regge senza un fiat nel cuore. Nessun Paolo corre senza una disponibilità di fondo che è più antica della sua corsa”, ha detto il presule. Infine il Vangelo. Sulle rive del lago Gesù non chiede a Pietro competenze, risultati o perfezione. Gli chiede una sola cosa: “Mi ami tu?”. È questa – ha detto il vescovo rivolgendosi a Raffaele – la domanda che accompagnerà ogni giorno del suo ministero. Non l’eroismo perfetto, non una santità già compiuta ma una risposta vera, umile, concreta.
L’omelia si è chiusa su una parola essenziale, l’ultima di Cristo a Pietro, la più semplice e definitiva: “Seguimi”. Forse è tutta qui la grandezza del sacerdozio cristiano: lasciarsi condurre. Lasciarsi perfino “vestire da un altro”, come annuncia Gesù a Pietro, accettando che sia Dio a condurre i passi, anche lungo strade non previste.
Alla fine della celebrazione, mentre il canto di ringraziamento saliva dalla Cattedrale, molti avevano negli occhi la commozione per quell’amico che molti conoscono e che d’ora in poi sarà “sacerdote per sempre”.
Fabio Venturini



