La frenata della crescita
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. (Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Il governo Meloni è il secondo più longevo della storia della Repubblica. Un risultato che la premier ha salutato con soddisfazione, ma che è stato accolto dai dati negativi sulla crescita, che frena fermandosi allo 0,2% nel primo trimestre, e dell’inflazione, che balza dall’1,7% di marzo al 2,8% di aprile. Dati problematici, ma anche emblematici di una situazione con enormi margini di incertezza, dovuti soprattutto al contesto geopolitico. Se è vero, infatti, che la crescita già acquisita per l’anno in corso – lo 0,5% – è su un livello molto vicino a quello stimato dal governo nel Documento di finanza pubblica (Dfp), è anche vero che questo andamento dipende soprattutto dalla crescita dello scorso anno. Che cosa accadrà quando a breve non potremmo più beneficiare dei massicci finanziamenti del Pnrr? I critici insistono nell’accusare il governo di aver confuso la stabilità con l’immobilismo.

Fatta la tara alla propaganda, che imperversa su entrambi i versanti politici, i segnali di un’economia con il freno a mano tirato ci sono tutti. Persino i dati relativi al lavoro, che il governo porta da anni come un fiore all’occhiello, perdono colpi: a marzo gli occupati sono diminuiti di 30 mila unità rispetto a un anno prima. La disoccupazione continua a calare (-1,1% su base annuale), ma il simmetrico aumento degli inattivi – che non cercando più un impiego escono fuori dai radar – conferma ancora una volta che si tratta in larga misura di un effetto ottico.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con i ministri in un recento intervento al Senato. (Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

La realtà è che il tasso di occupazione italiano resta strutturalmente lontano dalla media europea, soprattutto per donne e giovani. Per non parlare del dato più eclatante, quello dei salari fermi da decenni. Basti pensare che negli ultimi trent’anni essi sono aumentati del 40% nel Regno Unito e del 25% in Francia e Germania, in Italia soltanto dello 0,48%.

Evidentemente il problema è strutturale, travalica maggioranze e governi, ma questo non lo rende meno drammatico per i lavoratori e le loro famiglie, tanto più in presenza di un’inflazione crescente e legata a fattori difficilmente addomesticabili come il costo dell’energia. Alcuni elementi contenuti nel recente “decreto Primo maggio” vanno in una direzione condivisibile. In particolare la parziale indicizzazione dei contratti non tempestivamente rinnovati (in chiave anti-inflazione) e il vincolo degli incentivi all’applicazione dei contratti nazionali più rappresentativi. Un po’ poco per parlare di “salario giusto” e per rimettere in moto l’economia, ma almeno il senso di marcia è corretto. Questi provvedimenti sono tardivi e limitati, sanno di fine legislatura e si accompagnano a una sorta di sfida all’Europa (esplicitata nel Dfp) che non promette nulla di buono. Finora, tutto sommato, il governo ha saputo tenere i nervi saldi, speriamo che continui a farlo.

Stefano De Martis – AgenSIR