Cento anni fa a Roma la tumulazione del Milite Ignoto

Il 4 novembre 1921, la bara di un soldato caduto al fronte veniva posta all’interno dell’Altare della Patria

Si sono appena concluse le tante cerimonie che hanno celebrato il centenario della tumulazione, il 4 novembre 1921, della bara di un milite ignoto all’interno dell’Altare della Patria a Roma, costruito su progetto del lombardo Angelo Zanelli preferito su quello presentato dal carrarese Arturo Dazzi.
Una legge del 4 giugno 1921 aveva disposto di ricordare simbolicamente in quella tomba tutti i caduti il cui corpo era irreperibile o non era più identificabile con un nome durante una lunga guerra orrenda. Senza nome erano rimasti molti soldati perché nelle azioni della guerra di trincea, della “guerra bianca” in alta quota erano precari i segni di riconoscimento del piastrino cucito sotto il bavero della giubba o del piccolo medaglione metallico attaccato al collo.
Alcuni ufficiali proposero il tatuaggio ma l’idea fu scartata perché era una “pratica selvaggia”; invece oggi è pratica molto diffusa su ampie parti del corpo e ritenuta di prestigio! In occasione del viaggio del treno della memoria – che ha replicato quello che aveva portato la salma da Aquileia a Roma con sosta in 120 stazioni per ricevere il saluto spontaneo e sincero del popolo – lo storico Luciano Zani ha detto ad un giornalista di “Avvenire” che quel 4 novembre di cento anni fa fu un giorno necessario perché la guerra era stata guerra di massa di tutta la nazione unita e aveva fatto vittime anche fra i civili in un grande lutto di massa a cui bisognava dare risposta e sfogo unendo dolore privato e dolore collettivo.

Il passaggio delle Frecce Tricolori sull’Altare della Patria a Roma il 2 giugno 2018.

I vincitori coi loro eroi e grandi condottieri in ogni tempo hanno ricevuto gloria dal canto della poesia e dai monumenti e dagli storici sono stati mantenuti vivi nella memoria. Ignota e ignorata invece rimane “quell’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia” osserva il Manzoni e pertanto nel suo grande romanzo rovescia il quadro facendo protagonisti due umili persone. Il dovere della memoria delle vittime senza nome, per non ripetere nuovi massacri dopo quelli innumerevoli del passato, è l’assiduo appello di papa Francesco che invoca di destinare i soldi per costruire armi all’acquisto di cibo per i bambini che sempre continuano a morire di fame, ognuno di essi è il nostro “milite ignoto” a cui provvedere.

Una poesia di Ungaretti in onore di tutti i militi ignoti

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.

Ma nel mio cuore
nessuna croce manca.

È il mio cuore
il paese più straziato.

San Martino del Carso
(Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916)

La prima grande guerra mondiale ha fatto solo sul fronte italiano circa 650mila morti, ricordati in due grandi sacrari di Redipuglia, visitato dal presidente Mattarella, e nell’ossario del monte Grappa, ma non c’è paese che non abbia un suo monumento o una lapide col nome dei suoi morti in guerra: è cosa buona che interpreta sinceri sentimenti di rispetto e di affetto.
Purtroppo non va dimenticato che, negli anni turbolenti del dopoguerra che portarono alla dittatura fascista, le onoranze ai caduti noti e ignoti furono strumentalizzate da nazionalisti e fascisti per attribuirsi i meriti della vittoria e della difesa della grandezza della patria. Tale strumentale propaganda si accentuò dopo il delitto Matteotti nel 1924 e contribuì all’affermazione sempre più autoritaria del regime.
Anche il monumento di Pontremoli ai caduti della Grande Guerra fu eretto in quella data in piazza allora chiamata Vittorio Emanuele II, ora dislocato in piazza Italia. La seconda guerra mondiale ha portato a circa sessanta milioni le vittime, ma la contabilità precisa non è mai praticabile e sarà di sicuro più alta. Il numero dei senza nome e dei senza sepolcro è immenso. In particolare sono “militi ignoti” gli Internati Militari Italiani (IMI), fatti prigionieri dai tedeschi subito dopo la comunicazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, lasciati senza ordini e senza difesa per la criminale ambiguità di condotta del re e del governo Badoglio. In campi di lavoro e poi in campi di sterminio furono annientati e bruciati e di loro non è rimasto assolutamente nulla di nulla.
Considerati “traditori” dai nazisti, senza quel minimo di garanzie della Carta di Ginevra per i prigionieri di guerra, di quella grande maggioranza che non aderì alla proposta di arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana è stata distrutta ogni traccia. Nell’Istituto storico nazionale di Weimar non esiste nessuna testimonianza dei soldati dell’IMI internati nel vicinissimo lager sterminatore di Buchenwald, degli altri prigionieri invece è stata fatta ogni memoria possibile per nazionalità, il vasto campo è conservato come una grande mappa, un centro di raccolta conserva documenti e studi storici da tutto il mondo e, visibile da lontano, un’alta torre lancia un forte ammonimento.

(Maria Luisa Simoncelli)

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