Giuseppe di Nazaret: il padre del Germoglio

La prossima festa del custode della Sacra Famiglia nell’anno a lui dedicato

Guido Reni, San Giuseppe col Bambino (1635). San Pietroburgo, museo dell’Ermitage.

Il villaggio di Nazaret
Il monaco benedettino della Abbazia della Dormizione in Gerusalemme, padre Bargil Pixner, nei suoi libri frutto di 25 anni di attività come archeologo in Israele, racconta le origini del villaggio di Nazaret in Galilea.
Al tempo di Alessandro Janneo, inizio I secolo a.C., ebrei ancora in diaspora a Babilonia furono invitati a rientrare e fra essi un clan di persone, i Nazorei, che affermavano di essere discendenti di Davide. Essi prendevano tale nome dalla parola “Netzer”, che significa “germoglio”, il germoglio di Jesse, (Is.11,1) il padre di Davide, da cui doveva venire il Messia re.
Eusebio di Cesarea ci informa, citando Giulio Africano, che nazorei, parenti di Gesù, abitavano i villaggi di Kochaba e Nazara in Galilea. Tali nomi sono messianici in quanto significano: “villaggio della stella” e “villaggio del Germoglio”. Gli scavi archeologici a Nazaret hanno accertato che il villaggio era stato ripopolato circa 80/100 anni prima della nascita di Gesù, i dati coincidono con i rientri dall’esilio. S. Girolamo ci informa che il nome di “Germoglio” era considerato il titolo del Messia, discendente dalla famiglia reale deportata da Nabucodonosor.

Nazaret in un disegno di David Roberts (1839)

Una lastra di marmo ritrovata a Cesarea Marittima riporta il nome del villaggio di Nazaret, tale epigrafe consente di leggere l’originale significato del villaggio, che assume il titolo di “villaggio del Germoglio”, il villaggio di Giuseppe, di Maria, e del Germoglio di Davide, il Messia Gesù.

“Non temere figlio di Davide”
L’evangelista Matteo, che scrive per una comunità mista di ebrei e ex pagani, attento al compimento delle Scritture, apre il suo vangelo con un titolo e due racconti. Il titolo recita: “Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide e figlio di Abramo” (Mt.1,1), cui seguono la genealogia davidica e i due racconti: l’annuncio a Giuseppe e la visita dei Magi.
I due racconti sono funzionali alla comprensione di Gesù, quale figlio di Davide, per la paternità giuridica di Giuseppe, e figlio di Abramo, per la promessa di una “benedizione” per tutte le famiglie della terra, (Gn.11,3), di cui i Magi sono i rappresentanti.
Giuseppe, originario di Betlemme, forse trasferito a Nazaret per motivi di lavoro – infatti la vicina Sefforis ricercava artigiani -, sposo di Maria, nel tempo del fidanzamento viene messo a conosenza della gravidanza della sua sposa. Tale drammatico avvenimento pone a lui, in quanto “giusto”, il dilemma doloroso della denuncia o dello scioglimento segreto, secondo la legge di Mosè. Giuseppe, preferisce lo scioglimento segreto alla denuncia, che avrebbe avuto la conseguenza della lapidazione, anticipando in questo i tempi nuovi di una “superiore giustizia”, quella dell’amore. La verità del “concepimento verginale di Maria” gli è rivelata dall’angelo in sogno; a questo segue l’obbedienza credente: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore” (Mt.1,24). Tale atteggiamento si ripeterà nei racconti in cui Giuseppe è protagonista. Di lui non ci è pervenuta nessuna parola ma piuttosto questo stile dove “obbedienza e azione” sono il vissuto di Giuseppe, come del patriarca Abramo, che credette e fece ciò che Dio gli richiedeva. Egli è il modello del “discepolo”, che vive la propria esistenza nella obbedienza della fede, anche quando gli sconvolge e gli cambia la vita come nel caso del falegname di Nazaret.
Giuseppe è posto da Matteo come modello di docilità alle sorprese di Dio. Lo Spirito Santo può fare “cose nuove”, anche nella Chiesa; da qui l’invito a lasciare i legalismi per aprirsi alla novità del Messia, diventando così uomini disponibili al futuro di Dio. Oltre che giustificare la discendenza davidica, probabilmente l’evangelista voleva invitare i giudeo-cristiani ad accogliere i pagani che entravano nella Chiesa, come i Magi, per adorare, sulle ginocchia di Maria il Messia, portando a compimento la promessa di Abramo, di cui Giuseppe, figlio di Davide, è il custode.
Giuseppe, primo nel credere, primo ad accogliere e custodire il Messia, ci educa a guardare la vita della Chiesa nella luce dello Spirito Santo, una Chiesa da amare e custodire come Giuseppe fece con Maria e Gesù.

La tomba del Giusto
Presso le suore di Nazaret, scavi archeologici hanno ritrovato una tomba venerata, datata al primo secolo, e definita la “tomba del Giusto”.
Tracce bizantine e crociate fanno ritenere verosimile che possa essere la tomba di Giuseppe. Il culto di S. Giuseppe ha avuto una forte ripresa da quando Papa Pio IX, nel 1870, lo fece Patrono della Chiesa. Pio X istituì la festa di S. Giuseppe Operaio; S. Giovanni XIII introdusse il suo nome nel Canone Romano, e Papa Francesco in tutte le preghiere eucaristiche. Lo scorso 8 dicembre, il Papa ha indetto l’Anno di S. Giuseppe a ricordo dei 150 anni dal titolo voluto da Pio IX.

d. Pietro Pratolongo

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