Dante e Giotto, i creatori di un “visibile parlare”

La lingua pittorica diventa lingua dei versi. Conferenza a Villafranca di Davide Pugnana storico dell’arte

Dante e Giotto rivoluzionari innovatori della lingua e della pittura nella storia dell’arte italiana e del mondo: questo l’argomento del terzo incontro di “Conoscere Dante e la sua modernità” condotto a Villafranca dal carrarese Davide Pugnana studioso dei rapporti tra pittura e letteratura. I due grandi toscani sono coetanei, Dante nasce nel 1265, Giotto nel 1266, uno crea con parole e verità inedite una “mirabile visione” di “tutto ciò che per l’universo si squaderna”, l’altro porta la materia pittorica al livello massimo di ricerca nello stile, nella resa prospettica, nell’intensità realistica di rappresentazione dei sentimenti, allontanandosi dalla tradizione bizantina.
La conferenza si è concentrata sui canti X e XI del Purgatorio in cui Dante crea un “visibile parlare”, in un deragliamento dei sensi (sinestesia) con le parole “scolpisce” bassorilievi bellissimi come non avrebbero saputo farli l’artista greco Policleto o la natura stessa: sono incisi nel marmo sulla prima balza (cengia) della montagna che punisce i superbi. Per la logica del contrappasso le anime chinano la testa reggendo massi sulle spalle (come telamoni di tempio) e meditano su esempi di umiltà scolpiti: l’Annunciazione a Maria; il re Davide che come umile salmista vien “trescando” (danzando) davanti all’Arca Santa e la moglie Micol, punita alla sterilità perché superba, lo guarda stupefatta; Traiano imperatore che rende giustizia ad una vedova per l’uccisione del figlio.
La narrazione visiva si fa sempre più articolata, è come se le figure si muovessero, la finezza espressiva ricorda le forme di Nicola Pisano e si rifà a vari andamenti stilistici che Dante poté vedere girando per l’Italia. Storico dell’arte è Dante nel canto XI, dove esprime giudizio critico sull’arte della miniatura e valuta Franco bolognese più bravo di Oderisi da Gubbio, Giotto nella pittura ha più fama di Cimabue, Guido Cavalcanti ha tolto “la gloria della lingua” a Guido Guinizelli padre del Dolce Stil novo: Dante ci dice che ogni primato sarà superato e vana è la fama perché viene erosa dal trascorrere del tempo. Non esistono testimonianze sicure che Dante e Giotto si siano frequentati, ma non è escluso (lo sostiene Franco Sacchetti nel Trecento in una novella).
Giotto finì di dipingere la Cappella Scrovegni a Padova nel 1305, Dante frequentò poco dopo quel territorio ospite del “gran lombardo”, può aver visto quegli affreschi e farne analisi critica. Davide Pugnana ha indicato influenze di Giotto nella Commedia: lo scorcio prospettico dal basso all’alto in cui Dante raffigura Farinata; Lucifero dell’Inferno ha affinità col diavolo panciuto della cappella Scrovegni; lo stile plastico degli affreschi di Padova e Assisi suggerisce analogie con la sequenza di suoni rotondi e di consonanti dolci palatali usata, ad esempio, nel canto VI dell’Inferno nel dialogo con Ciacco tra i golosi fiaccati da pioggia eterna e maledetta. Un richiamo alla fama di Giotto nei secoli e la citazione di un’ipotesi tutta da certificare di Mirco Manuguerra, fondatore di un Centro dantesco, hanno concluso l’incontro. (m.l.s.)

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