Con il Vangelo nella cultura crossmediale della società informazionale

Roma: l’intervento del prof. Rivoltella all’Assemblea dei vescovi italiani

22RivoltellaSi sta compiendo il passaggio dalla società dell’informazione ad una società informazionale. Detto in altri termini, se fino a qualche tempo fa l’informazione rappresentava una grande importanza nel contesto sociale, adesso si assiste ad una immedesimazione quasi completa con la società. La rivoluzione digitale e tutte le sue conseguenze, infatti, non solo permettono agli utenti di essere on line, ma oggi sono i media stessi ad essere on life.
È uno dei passaggi dell’analisi di Pier Cesare Rivoltella, professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che durante la 71a Assemblea generale dei vescovi ha tenuto l’intervento principale, da cui il titolo dell’assise: “Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo”. Hanno partecipato ai lavori 272 vescovi, di cui 39 emeriti, assieme a 22 delegati di Conferenze Episcopali estere, 24 rappresentanti di religiosi, consacrati e della Consulta Nazionale per le Aggregazioni Laicali.
Ma le sollecitazioni di Rivoltella hanno sollevato dunque una serie di interrogativi e questioni importanti per la comunità ecclesiale. Cosa significa comunicare agli uomini di oggi, con i linguaggi di oggi, nella cultura postmediale? A quali condizioni la comunicazione della Chiesa può oggi essere veramente missionaria e accessibile a tutti? Come la realtà attuale dei media invita la Chiesa a ripensare le forme della sua comunicazione?
Rivoltella, anzitutto, ha sottolineato come i media, lungi dall’essere meri strumenti, rappresentino un ‘tessuto connettivo’, come delle ‘sinapsi sociali’ che collegano e possono favorire relazioni dentro la comunità ecclesiale, ma con alcune conseguenze. Se nella ‘pastorale 1.0’ i media erano visti come strumenti e nella ‘pastorale 2.0’ potevano favorire un senso di appartenenza e di comunità (basti pensare alle chat di Whatsapp), nella ‘pastorale 3.0’ i media, grazie alla loro pervasività e fluidità, possono “esplodere fuori dei propri confini, diffondersi in tutte le direzioni ed essere generativi di relazioni”.
Si è parlato allora di comunicazione generativa “che è la comunicazione che meglio si adatta a una Chiesa dei carismi, una Chiesa ‘in uscita’ che fa della vocazione missionaria il proprio specifico”. Secondo alcune statistiche, in Italia le persone che hanno accesso a internet hanno superato la soglia dei 43 milioni, mentre gli iscritti ai social media sono 34 milioni. Al tempo stesso si può affermare che siamo tra i primi al mondo come diffusione di smartphone, anche se persistono sacche di divario digitale abbastanza cospicue, quando si parla soprattutto di anziani o di migranti.
L’invito, dunque, rivolto ai vescovi è di progettare una ‘pastorale 3.0’, soprattutto in capo ai laici e a un nuovo senso di responsabilità, perché l’operatore pastorale nella società informazionale si posizioni come un ‘tutor di comunità’: da un lato per la comunità ecclesiale in una sorta di ‘diaconia’ della cultura e della comunicazione, dall’altro per la comunità civile quando la Chiesa può svolgere una funzione di supplenza delle istituzioni in una logica di sussidiarietà, perché ‘mai come oggi, secondo Rivoltella, Cristianesimo può voler dire cittadinanza’.
Un appello condiviso anche dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI secondo cui “una Chiesa che non investe in comunicazione rischia che il Vangelo – quello predicato e quello vissuto con le opere di carità – non diventi più cultura”. (df)

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