Tra calcio e politica, 40 anni fa ai mondiali in Messico la partita tra Argentina e Inghilterra tra rivalità, diversità culturali e la guerra delle Falkland. Due storici goal di Maradona riportarono l’incontro a ciò che era: uno scontro solo calcistico su un campo che rappresenta la metafora della vita e che condensa identità e speranze dei popoli

Il calcio non è solo lo sport più seguito al mondo, ma è anche il luogo in cui da sempre si riflettono tensioni, lotte politiche, differenze culturali e in cui rivivono sul terreno di gioco le guerre del passato e del presente. Quarat’anni fa, nei campionati mondiali che, come in queste settimane, si disputarono in Messico, questi elementi si condensarono in un quarto di finale tra Argentina e Inghilterra, dove i sudamericani prevalsero grazie a due goal di Maradona.
Gli inglesi considerano da sempre quella con gli argentini una delle principali, se non la maggiore rivalità calcistica, nata nel 1966 quando nel corso del mondiale britannico la partita tra le due rappresentative fu teatro dell’espulsione dell’argentino Antonio Rattin.
Il centrocampista di origini trentine, ritenuta ingiusta la sua esclusione, tornando negli spogliatoi passò vicino alla bandierina del calcio d’angolo su cui era impresso lo stemma della Corona e vi si stropicciò le mani. Da lì si recò sotto al palco reale e si pulì gli scarpini sulla guida di velluto. L’indignazione del pubblico inglese fu tale che l’allenatore Alf Ramsey apostrofò gli argentini come “animali”.
Un affronto a cui si rispose con un altro affronto. Ma fu la geopolitica ad alimentare ancor di più la rivalità tra le due nazioni, che nel 1982 si scontrarono militarmente per il possesso delle isole Falkland, nell’Atlantico meridionale, con i britannici della prima ministra Tatcher che, rivendicando il possesso coloniale dello strategico arcipelago occupato dagli argentini, cercava una nuova legittimazione internazionale e la dittatura argentina che, con quell’intervento militare nel corso di una devastante crisi economica interna, sperava di rilanciare il regime facendo leva sul nazionalismo.
La giunta militare argentina successivamente cadde, ma le tensioni tra le due nazioni, quattro anni dopo, si riproposero sul un campo di calcio dello stadio Azteca di Città del Messico.
Era il 22 giugno 1986 e le due nazionali si affrontarono nel caldo pomeridiano dell’altopiano messicano, davanti a 115 mila spettatori, nel match che valeva l’accesso alla semifinale. La stampa dei due paesi, alla vigilia della partita, non esitò a rivisitare il match in chiave storico-nazionalista.

Da un lato gli inglesi che dipingevano la nazionale come la versione sportiva del contingente militare dispiegato anni prima nell’Atlantico meridionale; dall’altra quelli argentini che equiparavano Maradona al generale José San Martín, padre dell’indipendenza argentina. La storia è nota: l’Argentina vinse 2 a 1 e vincerà quel mondiale battendo in una combattuta finale la Germania Ovest per 3 a 2.
Ma quel quarto di finale rimarrà nella storia per i due goal di Maradona. Il primo fu al 51’: Maradona saltò insieme al portiere inglese Peter Shilton e colpì il pallone con la mano, ingannando l’arbitro che convalidò la rete tra le furiose proteste inglesi. Un goal, dichiarò a fine partita il campione argentino, segnato “un poco con la testa e un poco con la mano de Dios”.

Con il Var, osserva qualcuno, l’epica di quel goal non ci sarebbe stata. Quattro minuti dopo Maradona segnò quello che venne definito il gol del secolo, forse il più bello della storia del calcio: Enrique passò la palla al capitano del Napoli e dell’Argentina circa dieci metri all’interno della propria metà campo.
Il fantasista cominciò la propria cavalcata ruotando su sé stesso: 60 metri in 10 secondi, diritto verso la porta inglese, lasciandosi alle spalle Hoddle, Reid, Sansom, Butcher, Fenwick e alla fine anche il portiere Shilton, prima di depositare in rete il pallone del 2-0.
A celebrare il goal fu la telecronaca visionaria dell’uruguaiano Victor Hugo Morales, che commentò a quei 10 secondi animato da una forza mistica, ispirato come solo i cantori delle grandi imprese possono essere: mentre Maradona dribblava gli ultimi difensori e con una finta metteva a sedere anche il portiere, lui urlava “Genio! Genio! Genio!”, seguito da un “ta-ta-ta” incredulo e riempitivo e dando quella definizione che seguirà per sempre Maradona: “barrilete cósmico… de qué planeta viniste?”, da che pianeta sei venuto, aquilone cosmico? Maradona, nonostante le sue spiccate convinzioni politiche, volle depoliticizzare il valore della partita, dichiarando: “Se fosse stato per gli argentini, saremmo dovuti uscire tutti con una mitragliatrice. Quello che io volevo era fargli un bel sombrero, un tunnel, fargli girare la testa. Era una battaglia, sì, ma nel mio campo di battaglia”, quel rettangolo verde che spesso interseca la storia e rappresenta una grande metafora della vita.
Su quel rettangolo Maradona ha costruito la sua figura controversa e leggendaria, fusasi con la cultura e con l’identità di due popoli, quello argentino e quello napoletano, divenendo molto più di un calciatore: un simbolo di riscatto sociale, un eroe popolare capace di unire e dare speranza a un’intera comunità.
Fabio Moscatelli



