Una sofferenza da trasformare in speranza

Dopo quattro secoli i Cappuccini lasciano Massa. Pochi frati e anziani, unita alla crisi delle vocazioni: una nuova chiusura che si aggiunge alle tante a cui si è assistito in Diocesi negli ultimi decenni

La facciata della chiesa del convento dei Cappuccini a Massa (foto da Wikipedia)

Un altro convento che chiude, è quello dei Cappuccini di Massa, che con la fine di settembre lasceranno definitivamente il luogo della loro fraternità sulle colline che sovrastano la Cattedrale e il centro storico della città; una presenza, quella francescana, che risale al 1604 e la cui fine si inserisce nella lista delle chiusure di conventi e istituti di vita consacrata che sul territorio si sono susseguite in questi ultimi decenni, dai Frati Minori di Soliera, che hanno lasciato il santuario di Madonna dei Colli nel 2000, ai Cappuccini di Pontremoli, la cui dipartita è del 2014; dalle Suore della Carità che hanno lasciato Villafranca sempre nel 2014, alle Figlie di Gesù andate via da Aulla nel 2021.
Una lista, questa, che elenca solo in modo solo parziale le tante realtà (comunità vicarie, conventi, istituti) che nella Diocesi hanno chiuso i battenti. A Massa, come altrove, pochi frati, molto anziani, «richiedono una diminuzione delle nostre presenze nel territorio regionale» come ha dichiarato il Provinciale dei Cappuccini della Toscana.
A latere della chiusura del convento, preoccupazioni riguardano il futuro di una mensa per i bisognosi e significative attività sociali e culturali fino ad oggi ospitate nel convento e che, con l’arrivo delle suore francescane di Santa Elisabetta, non è ancora chiaro se potranno proseguire negli stessi locali o se verranno spostate in altre sedi idonee.

Il Convento dei Cappuccini a Massa in una foto d’epoca

Attorno alla dipartita dei Cappuccini da Massa, nel corso dell’estate, si è assistito a quello che è accaduto in tanti casi analoghi in cui la chiusura di un convento segna la fine di una presenza spirituale, spesso legata ad un’attività educativa o assistenziale da tempo presente o l’ipotetica destinazione dei fabbricati ad attività caritative o di accoglienza che turbano parte della comunità: raccolte firme contro la chiusura, invocazione dell’intervento delle autorità civili e del Vescovo, come se queste mobilitazioni potessero nuovamente riempire le celle di novizi, perché di questo si tratta: la ragione della fine di tante esperienze religiose è di fatto una sola: il crollo delle vocazioni.
La sofferenza per una comunità religiosa che chiude i battenti, a Massa come altrove, è segno di affetto verso la comunità e quello che nel tempo ha dato: un affetto proveniente da chi mostra un’appartenenza più stretta alla Chiesa, ma anche da parte di chi, pur vivendo ai margini o al di fuori della comunità ecclesiale, ha apprezzato l’operato e la testimonianza offerte nel tempo da quella comunità.
Si tratta di elementi che una Chiesa che si apre alla società e che si fa attenta alle attese degli uomini e delle donne del proprio tempo, non può trascurare, al di là di alcune polemiche che hanno oltrepassato i confini dei social arrivando a critiche strumentali e poco mature.
Ma la stessa sofferenza mostra talvolta evidenti limiti nella capacità di leggere i segni dei tempi. Certamente da parte di coloro che, ben oltre la fisiologica nostalgia, non riescono a vedere con gli occhi della fede o della ragione la realtà che cambia, evocando esclusivamente tempi di sventura e attaccandosi ad una identità perduta e ad una «tradizione» che, come disse Gustav Mahler, invece di custodire il fuoco si riduce ad adorare le ceneri; ma la stessa incapacità affligge quanti – soprattutto di appartenenza laica, ma non solo – intravedono come unico problema l’interruzione delle attività sociali, indipendentemente dalla spiritualità che le ha alimentate.
Per tutti sarebbe auspicabile un atteggiamento più consapevole e fiducioso. Perché, come ha scritto il vescovo Vaccari lo scorso luglio, quando la chiusura del convento a Massa fu ufficializzata, quella dei massesi «è una sofferenza che ci parla del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando e che riguarda anche la presenza della Chiesa nella società. La speranza e la fede cristiana ci portano ad accogliere questa sofferenza come una preparazione di un “nuovo” che lo Spirito non tarderà a manifestarci».

Davide Tondani