Il fisioterapista pontremolese non vedente ha raggiunto con gli amici la vetta della Piramide Vincent

“è stata un’emozione grandissima”. Dalle parole, quasi spezzate dall’intensità del ricordo, si capisce tutta la commozione di Pierpaolo Ribolla, 51 anni, fisioterapista all’ospedale di Pontremoli che ha perso la vista durante l’adolescenza. Poche settimane fa Pierpaolo, insieme ad un gruppo di amici e di accompagnatori, ha compiuto un’impresa straordinaria raggiungendo la vetta della Piramide Vincent, a 4.215 metri di quota nel massiccio del Monte Rosa.
Un’esperienza che rovescia il concetto della montagna come puramente visiva: l’altezza della cresta, il bagliore accecante del ghiacciaio, il vuoto che si spalanca sotto i piedi. E ci dimostra come ci sia una geografia diversa, fatta di consistenze, di suoni, di vento sulla pelle e di micro-vibrazioni che risalgono attraverso il manico di una piccozza.
Ma sarebbe sbagliato anche ridurre questa storia a una semplice “vittoria sulla disabilità” significherebbe non capirne la vera portata. L’impresa di Ribolla non è una sfida contro la natura o contro il proprio destino; è, al contrario, un trattato sulla fiducia assoluta e sulla voglia di condividere un’esperienza. Sul ghiacciaio, Pierpaolo infatti non è salito da solo. Era legato a un filo teso tra lui e i suoi amici di sempre, Armando Mastroviti e Alessandro Bertolini, che lo accompagnano in numerosi impegni sportivi tra corsa e trekking, potendo contare anche sul supporto dalle guide del Cai di Massa e dagli uomini del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.
Progredire nel buio assoluto su pendenze severe significa azzerare l’individualismo, significa posare il rampone esattamente dove l’ha posato l’uomo davanti a te, fidandosi del fatto che quel ghiaccio terrà. Significa percepire il pericolo dal tono allarmato del tuo compagno di scalata, che ti avverte di un crepaccio a pochi metri di distanza.
Un’impresa che si è compiuta tutta in una giornata, con partenza da Pontremoli alle 2,30 di notte, con una lunga deviazione a causa della chiusura dell’Autostrada di Genova. “Praticamente ho dormito un’ora prima di metterci in viaggio – ci racconta Pierpaolo – ero emozionantissimo perchè desideravo tanto portare a termine questa impresa. Di solito mi pongo sempre molti interrogativi sulla possibilità di gettarmi in queste avventure, Questa volta no, ne ero convinto sin dalla prima volta che me lo hanno proposto”.
Ma non c’era solo la sfida con le pendenze della montagna, c’era da affrontare anche una vera e propria lotta contro il tempo, infatti bisognava poi scendere in tempo per riuscire a prendere l’ultima funivia dell’impianto di risalita e discesa attorno alle 17. “Siamo più o meno riusciti a gestire bene il tempo. Ci ponevamo piccoli obiettivi lungo la scalata, senza farci prendere dall’ansia. Quindi traguardi intermedi che poi ci davano la forza di andare avanti, fino ad arrivare a 4.000 metri di altitudine e poi riuscire ad arrivare fino alla vetta del monte”.
Quando la cordata è arrivata in cima, sotto un cielo pulito che apriva l’orizzonte su tutte le Alpi, si è compiuto il paradosso perfetto. Pierpaolo quella vista non poteva vederla. Ma la percepiva attraverso il silenzio della quota, la fatica dei polmoni, l’euforia nei respiri dei suoi compagni. L’unico motivo di timore è stato legato ad alcuni piccoli problemi tecnici “per tre volte mi si sono sfilati i ramponi. Per fortuna sono stati piccoli incidenti che abbiamo superato in fretta e che non hanno inciso eccessivamente sulla tempistica”.
E così, meno di 24 ore dopo, attorno alle 22 del giorno stesso della scalata, i tre amici si trovavano di fronte al casello autostradale di Pontremoli, ormai vicini alle loro case e pronti a raccontare ad amici e parenti questa fantastica avventura. Un’avventura che però non è un episodio singolo e chi conosce Pierpaolo sa che la Piramide Vincent non è un fulmine a ciel sereno. C’era stata la Maratona di New York nel 2004, e prima ancora anni di corsa, bicicletta, movimento. Lo sport, per lui, non è mai stato un passatempo, ma una zattera di salvataggio per non farsi inghiottire dall’isolamento.
La lezione che ci portiamo da questa scalata di Pierpaolo va ben oltre l’alpinismo. Ci dice che i limiti – fisici, mentali, sociali – non sono muri contro cui infrangersi, ma linee di confine che aspettano solo che qualcuno trovi il coraggio di attraversarle. E che spesso, per vedere davvero dove stiamo andando, non ci servono gli occhi, ma degli amici a cui affidarsi e che ci indicano la strada.
(Riccardo Sordi)



