Primo Levi, un vero gigante della letteratura italiana

Nato a Torino il 31 luglio 1919 ha legato il suo nome alla Shoah, con il racconto della deportazione e dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti. Ma per molti  è riduttivo relegarlo a questo ambito: il suo ruolo nella letteratura va ben oltre, fino a farne lo scrittore italiano più importante  del Novecento. Morì suicida nel 1987 ma non perse mai la fede nell’uomo, in qualunque uomo, come patrimonio da tutelare e promuovere

3216Primo_LeviLo scorso 31 luglio sono stati 100 anni della nascita di Primo Levi, lo scrittore torinese che ha legato il suo nome alle vicende della Shoah, raccontando la deportazione e lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. Sono nella memoria di molti opere come Se questo è un uomo e La tregua, ma risulterebbe una valutazione riduttiva considerare l’attività letterariadi Levi unicamente riferita alla testimonianza “in presa diretta” degli orrori che si sono consumatinei lager nazisti.
Ne sono convinti molti critici letterari e studiosi, che in occasione delle numerose iniziative che si sono svolte un po’ in tutta Italia in questo centenario, si sono espressi in questo senso. Tra i molti, c’è lo scrittore veneto Ferdinando Camon, autore di Conversazione con Primo Levi del 1989, che ha riportato un aneddoto secondo cui Primo Levi sarebbe “lo scrittore italiano più importante del Novecento”.
Se questo è un uomo e La tregua rappresenterebbero infatti vette altissime della nostra letteratura, anche se c’è da dire che appena dopo la pubblicazione non vennero riconosciute nel loro valore. Basti pensare che nella monumentale storia della letteratura, curata da Natalino Sapegno, su cui molti abbiamo studiato, il nome di Primo Levi non appariva neppure citato.
Prontamente Camon fece notare questa dimenticanza, tanto che in una edizione successiva, allo scrittore torinese venne appunto tributato il nome di più grande scrittore italiano del secolo. Aver vissuto in prima persona, osservato e al tempo stesso raccontato quella terribile esperienza, aver saputo descrivere con precisione e “rigore scientifico” (nel 1941 Levi si laureò in Chimica Pura a Torino) quella “macchina ad orologeria della morte” chiamata Auschwitz, ha rappresentato un momento particolarmente alto della letteratura italiana e non solo.
3216Primo_Levi1La spaventosa “burocrazia del male” denunciata da Levi, racconta di un’organizzazione criminale attuata dalle gerarchie naziste con l’obiettivo di giungere alla “soluzione finale”, cioè lo sterminio di milioni di persone, colpevoli di non essere “in linea” con il concetto di razza ariana, che divideva il mondo in due categorie: gli eletti e gli esclusi.
Le privazioni, le violenze, le alienazioni, le esecuzioni sommarie subite dai deportati, sono raccontate soprattutto nelle due opere principali sopra citate, pubblicate rispettivamente nel 1947 e nel 1963, che hanno costituito la base de I sommersi e i salvati (1986), dove Primo Levi, per così dire, “chiude il cerchio” iniziato anni prima. Lo sbiadirsi del ricordo di Auschwitz, la mancanza di memoria storica degli studenti delle scuole,gli interventi di alcuni storici negazionisti e revisionisti sull’esistenza dei lager, sono alcuni dei temi, che lo rendono un libro fondamentale per comprendere il Novecento nella sua interezza e il funzionamento delle società umane, come ha sostenuto Ernesto Ferrero, scrittore, critico e amico dello scrittore.

L'ingresso ad Auschwitz oggi
L’ingresso ad Auschwitz oggi

Alla domanda se fosse veramente un antimetafisico, come è stato sostenuto, Ferrero ha risposto dicendo che Levi aveva un “senso oceanico” del mistero, che si esprimeva nella capacità di meravigliarsi e descrivere il cosmo che lo circondava. Primo Levi morì infatti suicida nel 1987 nella sua casa di Torino, ma molti sono convinti che non era affatto un nichilista, ne tanto meno un catastrofista, ma un instancabile ricercatore tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.
Anche Camon riporta la sua testimonianza in questo senso, attribuendo allo scrittore una frase: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”, anche se Levi avrebbe aggiunto con la biro: “Non trovo una soluzione al dilemma: la cerco, ma non la trovo”: a detta di Camon, chiudere la sua biografia, sostenendo che Levi era ateo, significherebbe non rispettarlo. In una intervista radiofonica del 1987, intitolata Lo specchio del cielo trasmessa da Radio Rai Piemonte, poco prima della morte, Primo Levi aveva dichiarato: “Penso che chiunque, qualunque essere umano, possa fare un’opera fondamentale. Non necessariamente un libro… Anzi, sono un’esigua minoranza coloro che possono scrivere un libro, ma qualcosa pure sì, per esempio educare un figlio, risanare un malato, consolare un afflitto. Non ho vergogna o ritegno a ripetere frasi evangeliche”.
Nonostante le estreme prove a cui fu sottoposto, Levi non perse la fede nell’uomo, in qualunque uomo, come patrimonio da tutelare e promuovere.

Davide Finelli

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