Piccole parrocchie: non è più tempo di studi ma di scelte pastorali

Intervista al vescovo, mons. Mario Vaccari, e al vicario per le Unità pastorali, don Piero Albanesi

Concludiamo, con questa intervista al vescovo, mons. Mario Vaccari, un discorso iniziato con un articolo sulla 72a Settimana nazionale di aggiornamento pastorale sulla pastorale delle piccole parrocchie e continuato con un’intervista a don Andrea Forni. È presente anche don Piero Albanesi, in quanto vicario episcopale per le Unità pastorali.

Il vescovo fra' Mario, e don Piero Albanesi
Il vescovo fra’ Mario, e don Piero Albanesi

Il vescovo si dichiara molto sensibile all’argomento oggetto dell’intervista e per questo ha partecipato agli incontri dei vescovi delle “aree interne” a Benevento. “Quest’anno, dice mons. Vaccari, l’arcivescovo di Torino, mons. Roberto Repole, ha dato avvio al confronto con una relazione nella quale ha sostenuto che, nelle piccole comunità, il parroco deve essere un po’ come il vescovo nella diocesi: come il vescovo si avvale dei vicari e dei parroci, così il parroco deve avvalersi di laici responsabili delle comunità o di vari ministeri a cui il vescovo dà mandato, per quella funzione, ad tempus”. Il prete, poi, deve svolgere la funzione di vigilanza su queste realtà.

“In diocesi, dice il vescovo, abbiamo già un’esperienza in tal senso: un diacono permanente è capo comunità; svolge questo compito in accordo con il parroco e la cosa funziona perché ha veramente a cuore il gregge. I parroci dovrebbero dare nomi di persone che, oltre a prendersi cura della chiesa, operino anche per sostenere un minimo di evangelizzazione. Il fatto che sia il vescovo e conferire il mandato dovrebbe evitare il rischio di far nascere gelosie, così come la vigilanza del parroco dovrebbe evitare il formarsi di “capi laici” che a volte rischiano di diventare più clericali dei preti”. “L’altra strada, aggiunge, può essere quella di individuare chiese che, senza obbligare la gente a grandi spostamenti, possano essere punto di riunione dei fedeli per le celebrazioni domenicali. È vero che ci sono resistenze, ma se non si crea una frattura con il passato l’idea del ‘si è sempre fatto così’ non verrà mai superata e invece proprio di questo c’è bisogno”.

La chiesa parrocchiale di San Giuseppe ad Arpiola

“È bello sentirsi a proprio agio nella comunità in cui si vive, spiega don Albanesi, ma dobbiamo anche sentire la spinta a non adagiarci in questa ‘posizione di comodità’ e diventare comunità missionaria; non a parole ma valorizzando doni come la gratuità, l’accoglienza, l’inclusività: tutte cose che è difficile far emergere. Bisogna arrivare a superare l’idea dell’esercizio del “potere”, che porta il sacerdote ad occuparsi di tutto in prima persona e passare a équipe di persone che possano dare il meglio di sé per la vita della comunità”. Non è più tempo di studi e di analisi, bisogna partire. A questo proposito, ricorda che “la diocesi si è messa su questa strada: in un anno sono state lanciate 7 unità pastorali”.

– L’impressione, però, è che si stia intervenendo soprattutto sui centri maggiori…

“È vero, ammette mons. Vaccari. Per ora si è agito su Massa, Carrara, Pontremoli ma abbiamo iniziato ad intervenire anche nei vicariati della Lunigiana. Lì abbiamo deciso di lavorare con i preti perché vogliamo che si rendano conto, in base alla loro esperienza, di cosa si può fare: i nomi ce li devono dare loro, però devono essere convinti ed è un percorso non facile. Secondo me, quest’anno arriveremo a scelte concrete anche su quei territori, anche perché siamo veramente sul filo del rasoio; ogni volta che c’è un forfait o uno spostamento per cause di forza maggiore, diventa sempre più difficile “coprire” le zone rimaste esposte. Una sfida impegnativa è rappresentata dal convincere i preti a fare unità tra di loro. Magari all’inizio non un vero e proprio vivere in comunità – che io auspico perché tutti i documenti di formazione permanente del clero lo dicono -; basterebbe, per cominciare, la mensa una volta al giorno, recita di lodi e vespri e poi il confronto sulla pastorale”.

“È un po’ un ritorno alle origini, sottolinea don Albanesi. Stiamo tornando alle ‘chiese madri – pievi’: le comunità che vivono in un certo territorio devono assumere ruoli differenziati – carità, iniziazione cristiana… – ed essere riconosciute come tali. Prima di usare espressioni come ‘ci tolgono la messa’ bisognerebbe chiedersi quanto la partecipazione alle celebrazioni sia sentita e attiva.

– Secolarizzazione e rottura nella trasmissione generazionale della fede vanno ad aggravare questi problemi…

La chiesa di Casalina, sede della parrocchia di Valdantena

“Penso che siano alla radice del discorso, ammette don Piero: tipico dei giovani è la paura del futuro ma questo nasce dal non saper vivere bene il nostro presente. Stiamo male per avvenimenti lontani e poi non siamo capaci di star bene nel nostro mondo; non riusciamo ad accogliere l’identità che il passato ci consegna”.

“Intanto, ricorda mons. Vaccari, i giovani nei paesi sono pochi e questo complica la situazione. Voglio però segnalare che, per quanto riguarda la partecipazione dei giovani alla vita della Chiesa, alla Gmg di Lisbona ho trovato nel gruppo della nostra diocesi giovani davvero bravi, persone affidabili.

Viaggiando per la Lunigiana mi sono reso conto che è una terra bellissimo, anche in vista del discorso ecologico: poter trasmettere ai giovani l’idea di fare progetti sulla propria terra, non guardando solo alla città, sarebbe già un bel segnale. Ci sono esempi di giovani che lo stanno facendo, con iniziative in agricoltura e nel turismo di nicchia…

Al termine della Settimana di aggiornamento pastorale è stata pubblicata la lettera di una famiglia alla Chiesa: è così difficile riuscire a liberarsi dagli schemi che prevedono che la Chiesa sia strutturata in un certo modo e proporre gesti che possano essere intesi come attenzione ai “piccoli”…

“Noi, dice mons. Vaccari, abbiamo i casi di due famiglie che hanno dato la disponibilità ad occuparsi della pastorale familiare di un vicariato; in altri contesti ci sono ministri dell’Eucaristia molto validi. Poi ci sono situazioni in cui il clero fa fatica ad uscire dall’idea di limitarsi a garantire le celebrazioni: bisogna cercare di equilibrare le posizioni e non è facile; però sarebbe necessario e bisogna insistere, cercando modi nuovi per far sentire la presenza della Chiesa. Vado spesso in piccole comunità parrocchiali, dove si sente aria di famiglia, e per incoraggiarli dico loro che quella celebrazione eucaristica ha lo stesso valore di quella in piazza S. Pietro a Roma: è molto importante capire e credere in questo.

Antonio Ricci