Nadia, che è rinata alla vita

L’esperienza di una giovane dopo un anno nell’Istituto Penale Minorile di Pontremoli. Le difficoltà e gli errori vissuti nell’hinterland milanese. Ora la rinascita anche grazie al supporto dell’IPM e di don Giovanni Perini 

Un'immagine sorridente di Nadia
Un’immagine sorridente di Nadia

Tornare ad affacciarsi alla vita dopo un periodo difficile: Nadia ci sta provando, con tutta se stessa e con tutta la determinazione che possiede. Che è davvero tanta: il progetto per il futuro prevede un lavoro e la scuola serale per il diploma. Una ragazzina che le esperienze hanno fatto crescere in fretta: l’ambiente è quello dell’hinterland milanese, le attività il piccolo spaccio e il borseggio. Poi gli arresti, le comunità di recupero, infine il carcere minorile. A Pontremoli.

“L’Istituto Penale è stato un pezzo importante nel mio percorso di recupero – ci ha detto Nadia il giorno della sua partenza per il ritorno in Lombardia – anzi posso proprio dire che mi abbia salvato la vita! Ho fatto l’esperienza di alcune comunità, per circa un anno, ma la giudico molto negativa, almeno nel mio caso non è servita a niente”. Per Nadia l’Istituto Penale Minorali femminile di Pontremoli è “il carcere”, un luogo “positivo” perché, al contrario dell’esperienze nelle comunità, l’ha aiutata “a crescere” anche se poi precisa che non è detto che per tutte possa essere così, perché quando entri nel vortice della piccola criminalità sopraggiunge il rifiuto il crescere e di cambiare. Se per uscirne serve molta determinazione. “Si cresce da sole e si matura – spiega – ma ci devi credere e lo devi volere. Io quando l’ho capito sono maturata e cambiata: in quel momento, per fortuna, ho trovato persone che mi hanno aiutato davvero tanto”. Un anno a Pontremoli, quattro dei quali ospite in una famiglia nella quale ha completato il proprio percorso. Poi il ritorno alla vita libera, sia pure “in prova”. “Quando sono arrivata a Pontremoli ero arrabbiata, nemmeno sapevo dove fosse questo luogo in mezzo alle montagne e quando l’ho visto mi sono detta ‘e ora che ci faccio qui, in questo posto così lontano dal mondo?’ invece ho trovato la strada giusta grazie a persone importanti”.

don Giovanni Perini
don Giovanni Perini

Nadia sta puntando su se stessa per nascere di nuovo: il ritorno il famiglia e l’inserimento in quella società che l’aveva inghiottita nel vortice della piccola delinquenza, non solo un modo per “fare soldi”, ma anche per essere soddisfatta, quasi realizzata. “Ero brava in quello che facevo, mi divertivo… e se ho capito che sbagliavo lo devo proprio all’Istituto, senza l’IPM non ce l’avrei fatta”. Al suo arrivo a Pontremoli, le ragazze negli spazi di reclusione di via IV Novembre erano una dozzina, alcune giovanissime, di quattordici anni appena: “la convivenza a volte è difficile, ma aiuta a conoscere e a capire – spiega Nadia – e poi l’IPM è tutto fuorché un carcere, per me è stato il luogo della sicurezza dal quale avevo anche timore di uscire per non sbagliare di nuovo: se non arrivavo qua ero rovinata!” Pontremoli non è stato solo l’Istituto: il programma di reinserimento ha visto uscite progressive, prima in gruppo, con la presenza di educatori e di guardie, poi anche da sola quando la direzione ha deciso che a quella ragazza si poteva dare fiducia. Un’esperienza di vera svolta è stata la scuola: a diciassette anni si è iscritta al primo anno dell’Istituto Professionale di Bagnone, corso Meccanici. “Mi sono sempre piaciute le macchine e avevo già frequentato una scuola simile a Milano – racconta sorridendo – e al ‘Pacinotti’ mi sono travata davvero bene, soprattutto nel lavoro manuale in officina fra torni e frese. Ero l’unica ragazza in tutto l’Istituto, sono stata accolta benissimo e non mi hanno fatto pesare niente. Ora voglio continuare, cercherò un corso serale che mi permetta di studiare oltre che di lavorare”. E poi ci sono stati i quattro mesi in quella famiglia pontremolese che si è messa in gioco e l’ha accolta, un altro passo per tornare a vivere davvero! “Sono stata davvero bene con loro, mi hanno fatto sentire a casa come meglio non avrei potuto, circondata da tanti di tutte le età; tornerò certamente a trovarli”.

Oltre alla direttrice e alla vice, al personale di sorveglianza (il cui ruolo e atteggiamento sono davvero irrinunciabili nel percorso di recupero) e agli educatori dell’IPM, un ruolo importante lo ha avuto don Giovanni Perini, cappellano volontario dell’Istituto pontremolese. “Quella che sto facendo è un’esperienza positiva – spiega il sacerdote – grazie alla grande collaborazione con la direttrice, con la vice, con il personale e gli educatori. Ma anche grazie ad un gruppo di persone di Pontremoli che con grande spirito di volontariato collaborano attivamente”. Non è una esperienza semplice e non solo per le regole che vanno rispettate per quello che comunque è un luogo particolare. “Le ragazze arrivano, si fermano per brevi periodi, alcune più a lungo”, ma si riesce ad attuare un programma importante. “Ci sono appuntamenti fissi all’interno della struttura nei quali si parla di vari argomenti e anche se ci sono religioni diverse, con loro riesco a compiere comunque riflessioni sulla religione, sul Vangelo e la Parola di Dio” e all’interno dell’IPM un gruppo di persone promuove attività di vario genere che Pontremoli in parte conosce e ha dimostrato di apprezzare come quelle teatrali o artistiche. Ma ci sono anche quelle culturali o quelle sanitarie. E poi le uscite a conoscere il territorio… Ora don Giovanni è impegnato nella costituzione di un gruppo di volontari stabile e organizzato: se nascerà potrà essere una risorsa importante per aiutare in quel complesso percorso di recupero che possa restituire alla società persone in grado di costruirsi una vita tutta nuova.

Paolo Bissoli