Migranti e poveri agitano le acque della politica italiana

Dopo le dichiarazioni di Meloni, non si escludono difficoltà per l’approvazione dei decreti all’esame del Parlamento

Migranti provenienti da vari Paesi africani protestano in Tunisia (foto Ansa/Sir)

Parlare di maggioranza allo sbando potrebbe sembrare, nello stesso tempo, un paradosso e una presa di posizione politica. Anche volendo accettare questi rilievi, non si riesce a capire, allora, il perché delle dichiarazioni divergenti rese pubbliche da Giorgia Meloni, da una parte, e dalla Lega dall’altra.
Dopo settimane di tamburi battuti sui noti temi dell’invasione dello straniero e della necessità di convincere diplomati e laureati che il lavoro (nei campi) nobilita l’uomo, martedì scorso il presidente del Consiglio ha cercato di ridisegnare la scaletta degli interventi sui quali il suo governo è chiamato ad agire con massima priorità. Abbiamo scoperto, così, che prima dei temi da campagna elettorale vengono argomenti molto più seri ed impellenti.
Meloni ne ha citati due: occupazione femminile e incentivi alle nascite; ce ne sarebbero anche altri, ma quelli nominati sarebbero più che sufficienti per i prossimi anni a venire, tenuto conto che, onestà lo richiede, bisogna ricordare che sono dibattuti inutilmente da anni e che governi di tutti i colori ne hanno parlato senza adottare validi provvedimenti.
Tra i motivi, a dire il vero, c’è anche il continuo susseguirsi di crisi e di nascite di nuovi esecutivi: una caratteristica negativa del nostro Paese che, di fatto, impedisce interventi di lunga portata. Tutte cose risapute, come risaputi sono i dati sui due temi più dibattuti in questi giorni: i migranti e il reddito di cittadinanza.
Entrambi gli argomenti hanno a che fare con la povertà: drammatica in tanti Paesi in via di sviluppo: quelli che con un termine che ormai ritenuto quasi offensivo, erano definiti Terzo Mondo; sempre più pesante anche nel nostro Paese, visto che il susseguirsi di crisi di vario tipo non fa che aumentare il numero delle persone afflitte dalla povertà, assoluta o meno che sia. Quanto al primo, è stato detto infinite volte ma vale la pena di ripeterlo ancora: i fenomeni migratori non devono essere trattati come minaccia all’ordine pubblico. caso mai, sono i singoli a incappare in reati, ma questa è tutta un’altra cosa.
Il dato di fatto è che tutte le statistiche ci dicono che, su scala globale, il fenomeno è in aumento. I numeri più credibili dicono di più di 100 milioni di rifugiati e sfollati. Oltre 30mila sono i migranti sbarcati sulle coste italiane dall’inizio dell’anno quattro volte più che nel 2022 ma ben al di sotto degli oltre 170mila del 2014, o più di 180mila del 2016. La reazione del governo, anche a seguito della strage di Cutro, è stata quella di dichiarare lo stato di emergenza nazionale per 6 mesi e l’abolizione della protezione speciale, attraverso un decreto legge in discussione in questi giorni in Parlamento.

La visita del presidente Giorgia Meloni in Etiopia (foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Sembrava una strada in discesa, visto che sulla carta l’esecutivo non può avere difficoltà di voti a favore, ma proprio le ultime dichiarazioni di Meloni hanno fatto alzare qualche nube all’orizzonte. Fino ad oggi, le norme della protezione speciale avevano garantito a persone “irregolari” di sanare la posizione in base al grado di integrazione raggiunto. Se fossero cancellate o ridotte in modo drastico, molte persone rischierebbero l’espulsione o, più probabilmente, si troverebbero a gestire in qualche modo una condizione di irregolarità non voluta.
Sono scomparsi del tutto dal dibattito politico i temi dell’accoglienza e dell’integrazione, che rappresentano la migliore medicina per prevenire comportamenti socialmente pericolosi da parte degli immigrati.
L’altro fenomeno strutturale nel nostro Paese è quello della povertà. Stringiamo sui numeri, già più volte esposti a seguito dei rapporti delle varie associazioni e istituti. La povertà assoluta colpisce il 9,4% della popolazione: quasi 5,6 milioni di persone, 1,9 milioni di famiglie, non hanno il minimo necessario per vivere con dignità. In questo caso, il fattore positivo rappresentato da una riforma del Reddito di cittadinanza da più parti ritenuta necessaria è reso meno certo dai tempi scelti dall’esecutivo: intanto cancelliamo il provvedimento voluto da M5s, poi troveremo nuove forme di sostegno.
Conoscendo i tempi della politica, non si fa troppa fatica (e neanche peccato) a pensare che il passaggio a nuovi regimi di aiuto possa subire ritardi che metterebbero in difficoltà chi è davvero nel bisogno. Fanno, poi, rabbia le dichiarazioni di politici (molto spesso giovani) in giacca e cravatta che invitano i disoccupati ad accettare lavori per 1.200-1.300 euro al mese, asserendo che “sono stipendi più che decorosi”. Se uno pensa che si potrebbe cominciare l’esperimento proprio da quei soloni improvvisati, può essere accusato di populismo?

(a.r.)