La Risurrezione di Cristo uno dei temi dominanti dell’arte nei secoli

L’analisi di tre capolavori di altrettanti artisti: El Greco, Carl Heinrich Bloch e Pericle Fazzini

Domínikos Theotokópoulos “El Greco”, Resurrezione di Cristo (1597-1600). Madrid, Museo del Prado

Come la Natività, anche la Risurrezione di Cristo è stata nei secoli uno dei temi dominanti nell’arte; il periodo di massima rappresentazione si ha durante il Rinascimento ma il mistero della vittoria del Redentore sulla morte ha affascinato numerosi artisti fino all’arte moderna. Attorno a questo tema universale si sfogliano dunque intense pagine della storia dell’arte che testimoniano l’evoluzione delle arti visive nel tempo, scritte da grandi maestri che hanno affrontato questo fatto caratterizzandolo con il proprio connotato espressivo. Una corale e diversificata interpretazione che esce dalle botteghe di rinomati artisti e attraversa il tempo, raccontandoci con mille sfaccettature espressive ciò che avvolge questo grande mistero. Un tema di cui si è occupata principalmente la pittura ma che pure nella scultura è stato trattato da diversi autori, tra questi Pericle Fazzini con la monumentale opera in bronzo posta nella sala Nervi in Vaticano.

In questo breve excursus, che inizia alla fine del Seicento per giungere agli anni ’70 del Novecento, partiamo da uno dei tanti capolavori del Rinascimento: la Risurrezione di El Greco, databile tra il 1597 e il 1600, conservata al Museo del Prado di Madrid; un’opera che rimanda, in alcune parti, alla tradizione pittorica bizantina anche se presenta una struttura sostanzialmente manierista. Il mantello rosso alle spalle di Cristo è il simbolo che il pittore appone per significare la sofferenza della passione, mentre lo stendardo a due punte portato dal Risorto rappresenta la vittoria sulla morte; l’aureola a forma di rombo è la citazione bizantina, immancabile in quasi tutte le opere del pittore. 
Dominikos Theotokopoulos (Candia, 1541 – Toledo, 1614) noto ai più come “El Greco” per le sue origini cretesi, mantenne infatti sempre tangibile nella sua matrice espressiva un legame con i valori e le tecniche della pittura bizantina, rivendicando una autonomia creativa che gli consentì di restare fedele al suo credo pittorico con costanza e determinazione, sfidando anche aperte critiche da parte di altri artisti. Il suo timbro stilistico è riconoscibile anche dalla sua inconfondibile caratteristica di stirare la figura umana verso l’alto, una costante che travalica i canoni tipici della proporzione anatomica verso una deformazione in verticale dei corpi, per cui i suoi personaggi risultano avere membra quasi sgraziate rispetto alla dimensione vitruviana della figura. Tale forzatura ben si presta qui a enfatizzare la scena: il corpo di Cristo è quasi diafano a sottolineare la perdita di ogni fisicità verso una dimensione eterea di solo spirito. Il volto del Salvatore esprime serenità e beatitudine e contrasta con la rumorosità della scena che fa da contorno alla sua ascesa, con diverse figure, tra cui alcuni soldati, che cadono a terra terrorizzate dalla Resurrezione. Accanto, altri personaggi si disperano guardando il corpo di Cristo che sale verso il cielo; alcuni di questi sono in atteggiamento supplicante, come a chiedere al Redentore di non essere abbandonati. La serenità del volto di Cristo è però rassicurante e sembra voler dire: non abbiate paura, io sarò con voi fino alla fine dei tempi.

Carl Heinrich Bloch, “La Resurrezione” (1873). Castello di Frederiksborg, Hillerød (Danimarca)

Di taglio completamente diverso è la Risurrezione che Carl Heinrich Bloch (Copenaghen, 1834-1890) realizza nella seconda metà dell’Ottocento con già all’attivo una nutrita serie di dipinti storici e sacri, tra cui 23 pannelli sulla vita di Gesù Cristo per la Cappella del Palazzo di Frederiksberg. La struttura pittorica ha una impostazione più allineata ad altre raffigurazioni tipiche. La scena è meno rumorosa e drammatica rispetto a quella rappresentata da El Greco; la disperazione lascia spazio a un’immagine di beatitudine che si rivela attorno alla figura del Cristo che si innalza trionfante sulla morte, emergendo dal sepolcro. Ai suoi lati, in perfetto equilibrio simmetrico, stanno due angeli in adorazione e il tutto è inscritto in due triangoli contrapposti che donano al dipinto stabilità di lettura. Dietro la figura di Gesù il pittore pone dei narcisi, simbolo di purezza e anche di rinascita. Sotto i suoi piedi, la pietra che chiudeva il sepolcro è spezzata, frantumata da una potente energia che trasporta il corpo di Cristo dal buio della morte verso la luce. In primo piano giace, abbandonato, l’elmo vuoto di un soldato, fuggito di fronte all’evento dirompente. Nell’insieme l’opera ha un effetto di delicata e rasserenante sacralità.

Gianpiero Brunelli

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