Tra un versante e l’altro del nostro Appennino

Concluso a Fivizzano il corso del prof. Mario Nobili

Una suggestiva immagine di uno scorcio montano all'interno del Parco Nazionale dell'Appennino
Una suggestiva immagine di uno scorcio montano all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino

Martedì 8 marzo scorso si è tenuta l’ultima lezione del docente universitario Mario Nobili nella Biblioteca “E. Gerini” di Fivizzano dal titolo Tra un versante e l’altro dell’ Appennino. Dai Passi del Brattello e della Cisa ai passi del Cerreto e di Pradarena. Il corso diviso in dieci lezioni era iniziato con una citazione di Virgilio tratta dalle Georgiche, nella quale il prof. Mario Nobili ha individuato la definizione di gente italica come aggregazione di tanti popoli, che abitano sulla penisola. Ha terminato il corso riportando “l’altercatio” esposta da Donizone nella biografia di Matilde di Canossa che argomentava su quale luogo fosse più degno di ricordare e ospitare Virgilio tra Mantova e Canossa, quale modello di riferimento della rappresentazione della cultura e civiltà italica. In particolare Mario Nobili si è soffermato sul periodo che va dal 1050 al 1120, i cui protagonisti hanno fondato, promosso, istituito, creato strutture socio politico economiche, che sono poi durate per circa un millennio, fino agli anni Settanta del XX secolo.
Sui crinali dell’Appennino si è andata formando una società peculiare che attraverso il castrum, la civitas, i compascui, le reti viarie sollecitate dal commercio hanno creato una urbanizzazione che ancor oggi adorna con i suoi innumerevoli borghi le montagne, i declivi, le vallate dell’Appennino. Tutto ciò è stato possibile per la lungimiranza, la capacità organizzativa, l’attrattiva di condottieri come Matilde di Canossa per il versante dell’Appennino Tosco Emiliano con la sua influenza e attrazione di Rodolfo da Casola, di Guiterno da Regnano, dei Bianchi di Erberia, dei Signori di Dallo e come Oberto Primo con la sua impronta organizzativa che si esprime attraverso gli Obertenghi, continuata poi con i Malaspina, i Pellavicino, i Cavalbò, i Parodi. Anche ai nostri giorni le persone, che hanno fatto i contadini fino agli anni Settanta e che frequentavano come consolidata consuetudine la parrocchia, parlano con stupore di una nomea che viene da lontano piena di rispetto, di ammirazione, quasi di nostalgia nel ricordare la grande impresa di Matilde di Canossa, a cui era stato promesso che sarebbe diventata Papa, se avesse costruito cento chiese.
In questo racconto fiabesco è contenuta tutta l’opera di fondazione, consolidamento, promozione della civiltà agro contadina, silvestre, pastorale immortalata nei borghi, nei pianori, nei prati, nelle centinai di chilometri di muri a secco, nella misura catastale di ogni lembo di terra (un segno di grande civiltà ora ridicolizzata da alcuni politicanti!), nelle chiese e nelle pievi, negli usi e costumi civili e religiosi. “Il tutto – riflette sconsolato il professor Mario Nobili – terminato con una decadenza irreversibile per l’espansione urbanistica in periferia e in particolare nelle zone appenniniche, da diventare paesaggio, civiltà, usi e costumi sepolti per il decadimento delle attività agrarie, forestali, di allevamento, di conservazione produttiva del territorio nelle arti murarie e artigianali”, senza, a parer mio, una lungimirante visione di rinascita e riutilizzo creativo del territorio da parte dei politici, che, per ben che vada, si fermano “al catrame e cemento” per parafrasare la lungimirante canzone di Adriano Celentano.

Corrado Leoni

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