Io sono l’ Atteso

Domenica 28 novembre – I di Avvento
(Ger 33,14-16 – 1Ts 3,12 – 4,2 – Lc 21,25-28.34-36)

Credevo di dover aspettare la tua nascita. Me l’hanno sempre spiegato così l’Avvento. Attendere la nascita di Gesù. Preparare il cuore. Come se non bastasse l’attesa ordinaria, quel Vuoto che mi spinge a cercare continuamente brandelli di vita promettente, quel Vuoto che fa male, quel Vuoto che rende tutta la vita un’attesa, quel Vuoto che non mi lascia mai tranquillo.
No, non bastava, bisognava attendere di più e meglio, bisognava prepararsi e, da prete, aiutare altri allestendo improbabili impalcature di gesti inneggianti all’attesa. Ogni anno accendevo luci, cercavo parole, immagini, cammini e poi moltiplicavo, stupidamente moltiplicavo le proposte, che fesseria, uno che aspetta deve fare nulla, deve svuotarsi, deve annoiarsi, deve sentire la lentezza del tempo che scorre troppo lento: e invece tutto un riempimento, una corsa forsennata verso il Natale.
Natale che sì, quello lo attendevo, per poter finalmente ricominciare a respirare. Scusami. Non avevo capito niente, non avevo capito che Avvento è Attesa ma che ad attendere non siamo noi, ad attendere sei tu. La tua nascita, quella, è già avvenuta, è la nostra che è ancora in corso. E tu ci attendi, accompagni le nostre rinascite quotidiane. Io sono l’ Atteso, tu mi stai attendendo, stai attendendo che io, finalmente, mi decida a nascere. Avverrà solo alla fine, lo sai, il respiro della morte sarà il vero primo definitivo vagito, ma intanto mi aspetti. Avvento è il mio grazie commosso per la tua infinita pazienza.

don Alessandro Deho’

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