Susan Minot e i dodici anni di vita della famiglia Vincent

Nel 1986 una giovane scrittrice americana, Susan Minot, (nata nel 1956) dava alle stampe il suo primo lavoro “Scimmie” che otteneva ottimi risultati sia nel suo paese che all’estero (in Francia divenne ed è tuttora un libro di culto), venne tradotto anche in Italia nel 1987 da Mondadori ed oggi è riproposto da Playground (pagg. 175 euro 15, nuova traduzione di Bernardo Anselmi).
Dopo l’uscita americana Minot venne collocata in una corrente letteraria conosciuta come “minimalista” all’interno di un gruppo di cui veniva riconosciuto principale rappresentante il grande Raymond Carver. Poi, passati un po’ di anni e con un po’ di attenzione in più questa definizione si è, giustamente, attenuata. Resta, per lei, il fatto che passati oltre trent’anni dalla sua uscita il romanzo conserva tutte le sue prerogative e caratteristiche che ne hanno consentito il successo.
La famiglia Vincent è facoltosa e numerosa, composta dal padre Gus (banchiere, belloccio e alcoolista) dalla madre Rosie (bella, origini irlandesi, intelligente e vivace, “instancabile motore affettivo della famiglia”) e da ben sette figli, quattro femmine e tre maschi (senza contare una morte prematura ed una aggiunta ulteriore).
Li seguiremo in dodici anni di vita familiare dal 1966, scanditi in nove fulminanti capitoli che ci permettono di entrare nella dimensione più intima del loro essere al mondo attraverso il semplice diario di abitudini, comportamenti, pensieri , attenzioni e manie. Il tutto attraverso una sorta di cronaca dove la normalità sembra regola ma in cui nel lettore cresce continuamente l’apprensione. Ci attacchiamo come cozze a questi numerosi protagonisti ma sembra che non ci concedano un minino di attenzione.
Tali e tanti sono i particolari di vite tutto sommato comuni che non ci rendiamo conto della bravura (o proprio a causa di quella) con la quale l’autrice crea il nostro interesse, a volte anche spasmodico, per poi ridurci allo sbigottimento per l’esito e sopratutto il procedere della storia all’insegna della banalità, apparentemente, assoluta. Anche quando la tragedia si verificherà questa ben presto rientrerà nei caratteri della cosidetta banalità del quotidiano.
Ma allora perchè ci sentiamo coinvolti ed in fondo appagati da questa storia? Innanzitutto per la scrittura semplice e trascinante con una padronanza totale degli ambiti tonali (dialoghi inappuntabili, riflessioni puntute, descrizioni ambientali di rara, scarna, efficacia) la cui musicalità delicata quanto intransigente ci porta ad un finale di racconto di assoluta, semplice e complice complessità.
Da questo suo esordio sono seguite assolute conferme narrative. In ordine sparso: “Desideri” (Mondadori), “Rapimento” (Feltrinelli) e altro… con una incursione come sceneggiatrice voluta da Bernardo Bertolucci per il suo “Io ballo da sola” (1996) in collaborazione con Michael Cunningham. Per gli amanti della precisione e della cronaca occorre sapere che in questo romanzo la vita personale di Susan Minot è centrale. Ma questa è un’altra storia.

Ariodante Roberto Petacco

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