Il porto di Marina di Carrara alla prova del potenziamento

Turismo, crociere e aumento dei traffici nel progetto Waterfront. Ma sullo sviluppo dello scalo apuano pesa l’incognita erosione

Un'immagine del porto di Marina di Carrara
Un’immagine del porto di Marina di Carrara

Dopo anni di idee, discussioni, progetti e contestazioni, per il porto di Marina di Carrara potrebbe arrivare l’ora dei lavori di potenziamento. Inaugurato nel 1954, il porto della città dei marmi sorge nell’area in cui l’industria marmifera Walton, nel corso dell’Ottocento, aveva costruito tre pontili per imbarcare marmo in blocchi e lavorato, la cui domanda su scala mondiale si stava notevolmente ampliando. Il porto di Marina è una realtà importantissima dell’economia provinciale. Secondo uno studio pubblicato nel 2008 dall’Istituto di Studi e Ricerche della Camera di Commercio, il porto era allora una realtà da circa 1.100 occupati diretti e un indotto complessivo, solo sulla provincia di Massa, di altri mille posti di lavoro. Nello scalo carrarese ha inoltre la propria sede una realtà importantissima della cantieristica diportistica come Italian Sea Group, l’ex Nuovi Cantieri Apuania, che dopo una drammatica crisi conta oggi 300 addetti diretti. Le banchine apuane sono poi un’infrastruttura fondamentale non solo per le esportazioni del marmo, ma anche per la consegna delle turbine e delle condotte dell’industria meccanica Baker Hughes, leader mondiale delle tecnologie petrolifere, che ha nello stabilimento massese ex Nuovo Pignone uno dei suoi siti produttivi più importanti a livello mondiale. A tutto ciò si aggiunge da pochi anni il traffico crocieristico con il quale si sta faticosamente tentando di destagionalizzare il turismo locale, fortemente concentrato sulla stagione balneare.

La zona della Costa marina con alle spalle le Apuane e il territorio lunigianee
La zona della Costa marina con alle spalle le Apuane e il territorio lunigianee

Dal 2016, dal punto di vista della governance, il porto carrarese è stato accorpato a quello della Spezia a seguito della riforma delle Autorità portuali. Una scelta ancora oggi maldigerita dalla politica e dal mondo produttivo apuano, che avrebbero preferito il “matrimonio” con Livorno. In realtà, come ha sostenuto Carla Roncallo, da pochi mesi ex presidente dell’Autorità di Sistema del Mar Ligure Orientale, le sinergie con lo scalo spezzino non possono che fare bene allo sviluppo delle attività portuali di Carrara. La nuova unione interregionale non ha impedito di sviluppare i progetti del porto di domani. La scorsa estate, l’Autorità di Sistema Portuale ha dato il suo via libera al Piano regolatore dell’intera area. Al suo interno, un piano di sviluppo che contiene i quattro lotti del “waterfront”, un progetto di rilancio turistico e di ampliamento della capacità portuale: potenziamento delle attività crocieristiche e diportistiche, parchi pubblici, una nuova darsena, un restyling dell’arredo urbano, l’allungamento di una banchina e modifiche viabilistiche per l’accesso allo scalo. Il progetto è in parte già finanziato: nel 2019 l’Ente ha ottenuto l’approvazione del finanziamento, nell’ambito del bando europeo riservato ai porti delle reti trans-europee di trasporto, per adeguare il sistema stradale e ferroviario di accesso al porto e per le connesse opere marittime: oltre 11 milioni di euro che rientrano nei lotti 1 e 2 del progetto Waterfront. Dai fondi di Next Generation EU dovrebbero arrivare ulteriori 10,7 milioni per proseguire gli altri lotti di un progetto in origine più ambizioso, ma molto più impattante: le pressioni ambientaliste, i rischi idraulici legati alla foce del Carrione, ripetutamente uscito dai suoi argini, le feroci critiche sull’impatto paesaggistico di alcune opere hanno ridimensionato il progetto. Sono stati così abbandonati gli ulteriori ampliamenti del porto a sud della foce del torrente Carrione, così come le dune artificiali nei pressi della spiaggia pubblica o l’alto muraglione che avrebbe ostruito la vista del mare da un lungo settore del viale Cristoforo Colombo. Ciò nonostante, la pressione delle associazioni ambientaliste e degli operatori balneari rimane altissima: al porto carrarese si imputano gli effetti di erosione della costa apuana e versiliese, effetti che potrebbero essere amplificati dal progetto Waterfront, al punto che nel 2009 si decise di subordinare un eventuale ampliamento del porto all’impiego di una quota degli introiti portuali per il mantenimento delle spiagge del litorale apuano. Dalle cave al mare, anche Carrara è alle prese con il difficile equilibrio tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente. d.t.

Share This Post