Il Natale tra Oriente e Occidente

48icona_nataleCome insegnava il santo papa Giovanni XXIII cogliamo prima ciò che unisce nella celebrazione del Natale nella chiesa latina d’occidente e in quelle di tradizione orientale. Il Natale del Signore è una delle più grandi feste, seconda solo alla Pasqua e ci fa commemorare la natività di Gesù Cristo vero Dio fattosi vero uomo nel grembo verginale di Maria. I dati comuni sono quelli narrati dai Vangeli nonché quelli della tradizione: anche in Oriente i Magi sono tre e indossano abiti regali.
Anche se può sembrare il contrario, la data del 25 dicembre coincide per tutte le Chiese. Purtroppo non coincidono i calendari, per cui chi utilizza ancora il calendario giuliano, come alcune delle Chiese ortodosse e tra queste la Russia, è permanentemente indietro di tredici giorni. È questo l’unico motivo per cui in Russia il Natale sembra essere il 7 gennaio.
In realtà è il 25 dicembre del loro calendario non riformato. Per comprendere meglio le differenti sottolineature date alla festa basta guardare un’icona orientale del Natale. A differenza dell’Occidente, l’iconografia orientale ha mantenuto i canoni antichi e ci offre non solo una rappresentazione diversa ma una diversa visione dell’Incarnazione e del mistero del Natale. Nelle icone, all’interno della grotta c’è solo il bambino Gesù con l’asino e il bue. Nulla a che vedere con l’emozionale idea del bambinello, poverino, che ha tanto freddo e viene scaldato dal fiato dei due animali. Questi sono piuttosto un monito che richiama il primo capitolo di Isaia: “Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone… Guai, gente peccatrice, popolo carico d’iniquità!”.
L’oscurità della grotta e la forma a sarcofago della mangiatoia che ospita il bambino avvolto nelle fasce non lascia dubbi: Dio si è fatto uomo ed è entrato nella nostra mortalità, è nato per essere nostro cibo e per condividere la nostra morte.
La Madonna è un’altra scena: posta su un cuscino rosso, che ne indica la grande dignità, è pensosa, consapevole del grande mistero che si compie e della sorte del suo bambino destinato alla morte; ella è la regina che siede alla destra, è il roveto che arde e non si consuma.
Più in basso troviamo Giuseppe messo alla prova dal diavolo, a rappresentare l’umanità tentata di non credere alla verginità di Maria e alla divinità del Bambino. Insomma, un’immagine per niente romantica, severa, molto umana ma intenta a narrare il dramma di un evento sconvolgente tutto il creato oltre che l’umanità intera. Siamo assai lontani dalla dimensione affettiva e devozionale dell’Occidente che, attraverso il presepe, cerca di raccontare le emozioni, il freddo, la povertà e la gioia della Notte santa.
La tradizione orientale ha tanti punti in comune con gli usi che, fino a non molti anni fa, hanno caratterizzato le nostre comunità: il digiuno e l’astinenza nella Vigilia ne sono un esempio, con l’utilizzo di alcuni cibi particolari; da noi, magari, erano cavoli e baccalà mentre in Russia sono aglio e miele a sottolineare l’asprezza ed insieme la dolcezza della vita.
In Bulgaria si trova anche una tradizione simile a quella dei nostri “natalecci”. Infatti, si bruciano grossi tronchi di legno attribuendo un significato di buon auspicio alle scintille che invadono l’aria e il cielo circostante.

Don Luca Franceschini

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