Il fratello ferito è degno del nostro amore

Fratelli tutti. Il secondo capitolo dell’enciclica di Papa Francesco

45Papa_FrancescoTutti ricordano quando Papa Francesco ha chinato la testa in piazza S. Pietro, definendo la relazione vescovo-popolo come “cammino di fratellanza” e invitando alla preghiera con queste parole: “Preghiamo sempre per noi… perché ci sia una grande fratellanza”. L’enciclica – aperta dalle parole di S. Francesco: “Fratelli tutti” – indica una estensione non solo verso gli esseri umani, ma verso l’intera terra in sintonia con la Laudato Sì.
Vengono declinate insieme la fratellanza e l’amicizia sociale, dove la fraternità non è un sentimento ma un “dato di fatto”, che si esprime nella domanda: “di chi mi faccio fratello?”. Il documento si apre con un invito, che permette alle persone di ogni razza, cultura o religione di lavorare insieme per il bene comune ed elimina le diversità mediante il riconoscimento fraterno. Il Papa è cosciente della tendenza umana all’egoismo, che la teologia chiama “concupiscenza”, cioè l’inclinazione dell’io ai propri interessi e piaceri (n. 166); è la forza della grazia di Dio che guarisce dall’egoismo, rivelando l’individualismo come peccato e la fraternità come grazia. Urge offrire percorsi di speranza che riempiono il cuore e sollevano lo spirito. Icona di questo è la parabola del “buon samaritano” (Lc.10,25-37).
38Encliclica_Fratelli_TuttiIl Papa ci ricorda la domanda posta da Dio: “Dov’è tuo fratello” (Gn.4,9) e amaramente commenta: “La risposta è la stessa che spesso diamo noi: ‘sono forse io il custode di mio fratello?’” (n.57). Alla luce del Vangelo il rifiuto del fratello fa “rimanere nelle tenebre” (1Gv.2,10-11), fa rimanere “nella morte” (1Gv.3,14) e preclude il vero volto di Dio: “Chi infatti non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv.4,20). La parabola insegna: “All’amore non importa se il fratello ferito viene da qui o da là. Perché è l’amore che rompe le catene che ci isolano e ci separano, gettando ponti; amore che ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa… amore che sa di compassione e di dignità” (n. 62). Solo il samaritano “è stato capace di mettere tutto da parte e, senza conoscerlo, lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo” (n. 63).
Commenta il Santo Padre: “Tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità, vedere qualcuno che soffre ci dà fastidio, ci disturba, perché non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Questi sono i sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore” (n. 65). “Con i suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri” (n. 66): la vita è tempo di incontro. “Davanti a tanto dolore, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione” (n. 67). Quelli che non si fermarono erano religiosi e questo dimostra che: “il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace” (n. 74).
È s. Giovanni Crisostomo a indicare la via di Dio: “Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate patire il freddo e la nudità” (n. 74). Il samaritano è un modello sociale e civile: “ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale” (n. 66). Il Vangelo fatica a plasmare una sensibilità sociale. Fratelli tutti è un appello a questa maturazione della coscienza cristiana.

Don Pietro Pratolongo

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