Condannati ad attendere (come innamorati)

Domenica 29 novembre – I di Avvento
(Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37)

45vangelo“Vegliate, non sapete quando è il momento”. No, il tempo non lo conosciamo, non sappiamo il suo mistero, ci fa paura. Ecco perché lo abitiamo a fatica, spesso scivoliamo con il pensiero nel passato, lasciamo ai pensieri di perdersi in ciò che è stato e loro si lasciano ammaliare volentieri da una materia che ambiguamente si lascia modellare a piacimento. Ambiguo il passato, come il canto di sirene, una trappola. Oppure ci spostiamo nel futuro, ci spingiamo oltre il presente e viviamo proiettati in un altrove che non raggiungiamo mai. Vegliare è prima di tutto risvegliarsi nel presente. Aprire gli occhi e lasciarsi incontrare dal mondo così come è. Vegliare è risorgere nel presente. E riconoscere i dettagli, i profumi e le ombre. Vegliare è ascoltare, toccare, gustare. Vegliare è un respiro profondo a fare spazio al reale, è dilatare l’istante e scoprirlo abitato dall’Infinito. È imparare a riconoscere il Mistero che nasce continuamente nell’istante, è imparare dalla logica di Betlemme dove l’Infinito apre gli occhi e chiede cura. Vegliare è dilatare il tempo presente e renderlo abitabile. Caldo. Accogliente. E starci in questo tempo e in questo spazio, tenendoli insieme. Nascerci dentro. In questo tempo abitato il passato si trasforma in memoria e il futuro in speranza.
“È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa”. Aprire gli occhi nel presente non è però azione indolore, è risvegliarsi a una consapevolezza anche dolorosa: siamo abitati da una Assenza. Il tempo è un vuoto lasciato da un amore che se ne è andato, il tempo presente è mangiatoia, pane spezzato ma anche tomba vuota, segno di un Amore che è passato, che ci chiede cammini nuovi. Ecco perché dormiamo, come dormiranno i discepoli nel Getsemani, ecco perché fuggiamo dal presente, ecco perché chiudiamo gli occhi: perché abbiamo un vuoto dentro, perché Lui è l’Assente, lo Sposo che non torna. Siamo figli di un Vuoto, come tutti gli innamorati: condannati all’attesa. Nel momento esatto in cui facciamo esperienza dell’Amore iniziamo a sentirci mancanti.
Vegliare è complesso e impegnativo perché significa fare i conti con quell’inquietudine che ci portiamo dentro. Vegliare è scoprire che abbiamo un deserto dentro, attraversarlo o riempirlo sarà il nostro eterno dubbio. Attraversarlo accettandone l’esistenza, provando a camminare verso la Promessa di un Incontro, chiamarlo Terra Promessa o ritorno alla casa del Padre, accettare di sentirsi pellegrini come in Esodo o come in Emmaus, riconoscere il vuoto e solcarlo e imparare che la nostra vita non è altro da questo: attraversamento. Come magi nel deserto siamo chiamati ad alzare lo sguardo e provare a decifrare le stelle, non chiudere gli occhi ma cercare un sentiero percorribile giorno dopo giorno, e non farlo da soli ma insieme, ed elemosinare costantemente frammenti di senso che troviamo negli uomini di buona volontà: una parola, una poesia, l’interpretazione di un passo biblico, la mano tesa da un fratello, la lacrima versata da un amico… vivere con gli occhi bene aperti per riconoscere le tracce che ci aiutano a fare un passo dopo l’altro in questo Vuoto lasciato dall’Amore Risorto.

don Alessandro Deho’

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