La crisi rallenta la svolta dell’ Africa

A sessant’anni dall’indipendenza, anche il grande continente del sud del mondo deve fare i conti con la pandemia da Covid-19

21africaLa nostra indipendenza è senza significato, se non è congiunta alla totale liberazione dell’ Africa. Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, pronunciò queste parole durante la cerimonia d’indipendenza il 6 marzo 1957; era il primo leader dell’Africa sub-sahariana a compiere questo passo. L’argine stava crollando, ma ci vollero tre anni prima che il processo di indipendenza potesse essere dichiarato ormai irreversibile. Fu infatti il 1960 l’anno decisivo: nell’arco di dodici mesi a cascata, uno dopo l’altro, ottennero l’indipendenza diciassette Paesi, seguiti negli anni successivi da decine di altri.
21africa2A sessant’anni di distanza a che punto è il cammino del continente? Hanno cercato di capirlo i ricercatori dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), in un dossier pubblicato nei giorni scorsi e consultabile online (www.ispionline.it). “Il 1960, si legge nella presentazione del documento, fu ‘l’anno dell’Africa’. Non solo diversi Paesi a sud del Sahara ottennero proprio in quel momento l’indipendenza, affrancandosi formalmente dal dominio coloniale britannico o francese, ma è rimasto nella memoria come l’anno di avvio di una storia nuova. Quella, appunto, dei nuovi Stati africani e delle loro ambizioni di sviluppo politico, economico e sociale. Sono passati esattamente sessant’anni da allora: decenni indubbiamente complessi, forse anche più di quanto ci si attendesse.
21africa3Tra strategie di sviluppo e risultati concreti; traiettorie nazionali e processi di integrazione regionale; ingerenze esterne, conflitti, aperture democratiche, e oggi lo spettro di una nuova crisi economica: come è cambiata l’Africa? E quali prospettive future la aspettano? In una intervista rilasciata al Sir, Giovanni Carbone, docente all’Università Statale di Milano e responsabile del programma Africa dell’Istituto, autore del dossier assieme a Camillo Casola, spiega che il continente, nel suo insieme, arrivava da un percorso positivo lungo, iniziato a fine anni novanta e che si è protratto fino al 2014 quando il crollo dei prezzi delle materie prime ha segnato una battuta d’arresto.
“È innegabile, specifica, che per 15-20 anni il continente abbia conosciuto una crescita economica, accompagnata da progressi politici importanti, come mai era avvenuto nella sua storia recente. Si stava lavorando sull’integrazione regionale, con la nascita di un’area di libero scambio continentale, sull’industrializzazione”.
21africa4Il 2020 doveva essere un anno simbolico, adatto per fare il bilancio di quel percorso e invece si è trasformato in un anno spartiacque perché in un’area già affaticata dal punto di vista economico la crisi globale provocata dal Covid non farà altro che peggiorare questa situazione. Tutto è reso più difficile dal fatto che la forte crescita ricordata è stata trainata soprattutto dalle relazioni commerciali con la Cina; per questo il rallentamento dell’economia cinese avrà delle ripercussioni sui Pesi africani.
La speranza è che non ci sia un ritorno all’isolamento internazionale degli anni novanta. È una speranza concreta perché, ricorda Carbone, “alcuni dei passi in avanti compiuti sono irreversibili: in molti Paesi sono cambiati gli assetti politici e le leadership e si sta lavorando all’integrazione continentale con un’area di libero scambio (un’operazione che ha subito una battuta d’arresto derivante dalla situazione generata dalla pandemia). Nonostante l’emancipazione dalle ex potenze coloniali, però, resta irrisolto il problema di fondo che riguarda la dipendenza economica del continente dall’esterno. Ciò fa sì che le pressioni economiche nei confronti di un Paese diventino con facilità anche pressioni politiche, limitando in tal modo la libertà decisionale dei governi.
21africa1Non è più, afferma Carbone, il tempo dei grandi leader che hanno segnato la storia di tanti Paesi negli anni ’60 perché “sono cambiati i sistemi politici e i leader che oggi arrivano al governo attraverso le elezioni vi restano non più di dieci anni e questo rende difficile che possano acquisire un profilo come quelli del passato”.
Qualcosa si può vedere in Etiopia con Abiy o in Sudafrica con Ramaphosa. In Ruanda, Kagame guida un governo con accenti autoritari, ma è riconosciuto sia in sede di Unione africana che negli ambienti internazionali per il proprio carisma e la propria visione. Un’ultima riflessione è dedicata al ruolo che l’Europa può giocare in questa fase delicata del futuro del continente. “Il rischio, conclude il ricercatore Ispi, è che la fase complessa che ci attende porti a concentrarsi su noi stessi e a perdere di vista l’Africa. Ma né l’Africa né l’Europa hanno da guadagnare dall’isolamento. Penso a fenomeni come lo jihadismo, le migrazioni, i commerci. Viviamo vicini ed è necessario collaborare nell’interesse di tutti”.

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