Riscoprire il valore di fede e la dimensione ecclesiale della morte

41libro_donFranceschini“Umbra mortis, vitae aurora”: è il titolo del convegno che l’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI ha organizzato nel 2012 in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense in occasione della definitiva entrata in vigore della seconda edizione italiana del “Rito delle Esequie”. Prendendo spunto proprio da quel titolo, don Luca Franceschini ha voluto riflettere e condividere i suoi pensieri di parroco sul tema della morte e in particolare sui “novissimi, i riti funebri e la speranza” in un (nuovo) libro, fresco di stampa.
È un testo ricco di provocazioni e di considerazioni non scontate. La Chiesa, con i suoi riti, è ancora in grado di dire una parola significativa a chi affronta l’esperienza della morte di una persona cara? Si chiede l’autore. Di fronte al dramma della morte e della separazione da un congiunto, è indispensabile che la Chiesa, se vuole aiutare i familiari in modo umano e cristiano a vivere quel momento difficile, opti per un “discernimento” sull’aspetto prettamente rituale che permetta di stabilire una reale comunicazione con quanti bussano alle porte delle nostre parrocchie.
Come indicato da mons. Mariano Crociata, nell’intervento fatto al convegno romano, e riportato nel testo, “si tratta di ripartire dai riti per riscoprire il valore di fede e la dimensione ecclesiale della morte, per riguadagnarne non solo il senso cristiano ma anche la dimensione sociale, pubblica e quindi culturale”. Don Luca quindi analizza i cambiamenti che ci sono stati nella Chiesa dagli anni Settanta ad ora e lo fa attingendo direttamente alla sua esperienza e ai ricordi, e conclude realisticamente: “non posso non chiedermi se involontariamente – ed anzi spinti da motivazioni nobili e corrette – non ci si sia incamminati in uno dei tanti sentieri tipici dell’epoca contemporanea: il progressivo allontanamento dei morti dai vivi”.
04Franceschini_donLucaIl libro tuttavia non è soltanto una “diagnosi” sulle difficoltà pastorali; propone infatti anche una “terapia” che, a giudizio dell’autore, dovrebbe ripartire dal ribadire il “senso cristiano della morte” e quindi riportando in luce i “novissimi”, in particolare il tema del “giudizio” e del “purgatorio”.
A livello rituale poi suggerisce di umanizzare ancora di più i vari momenti liturgici, coinvolgendo magari i familiari in prima persona, laddove è possibile. Due interessanti capitoli sono poi dedicati al problema del “nome” e del “volto”: si deve o non si deve dire, da parte del sacerdote, il nome del defunto durante la preghiera eucaristica?
Don Luca riscoprendo la tradizione liturgica delle “tavolette” o dittici che venivano letti ad inizio di celebrazione nella Chiesa delle origini, è convinto che “sia giusto, secondo la tradizione delle Chiese, ‘nominare’ anche i fratelli defunti. Il ricordo diretto fatto dal presbitero nella celebrazione è̀ ricordo pienamente ecclesiale dei fratelli che ci hanno preceduto nella fede”. Infine una parte del libro approfondisce la percezione della morte nella società di oggi, e lo fa attraverso l’analisi del cinema, dei fumetti e dei prodotti artistici che insieme “veicolano” una mentalità comune.

Renato Bruschi

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