Don Quiligotti e don Grigoletti martiri della ferocia nazifascista

A Pontremoli, In un pomeriggio ricco di testimonianze, sono state ricordate anche le figure dei due sacerdoti uccisi a Zeri nel rastrellamento dell’agosto 1944

Don Silvano Lecchini e Giovanni Tognarelli testimoni del rastrellamento dell’agosto 1944 a Zeri, al convegno organizzato dalle Anpi di Pontremoli e Zeri. Qui con il figlio del magg. Gordon Lett, Brian.
Don Silvano Lecchini e Giovanni Tognarelli testimoni del rastrellamento dell’agosto 1944 a Zeri, al convegno organizzato dalle Anpi di Pontremoli e Zeri. Qui con il figlio del magg. Gordon Lett, Brian.

Sabato scorso, 3 agosto, nel refettorio grande del Seminario di Pontremoli si è vissuto un pomeriggio di grandi emozioni con il ricordo del rastrellamento nazifascista che, 75 anni fa, investì soprattutto le vallate di Zeri. Un ricordo reso ancora più vivo dalle testimonianze di chi quei momenti li ha vissuti in prima persona come mons. Silvano Lecchini (all’epoca ad Arzelato) e Giovanni Tognarelli (di Castoglio).
Se Brian Lett ha ricordato i sentimenti di gratitudine del padre, il magg. Gordon Lett, nei confronti della popolazione del rossanese che nonostante le terribili conseguenze degli attacchi tedeschi non smise di proteggere e sostenere lui e i suoi militari, è stata Caterina Rapetti a ricordare le figure dei due sacerdoti che in quei giorni persero la vita uccisi dalle raffiche di mitra nazisti.
Quel rastrellamento fece 34 vittime: 8 partigiani, 24 civili e i 2 sacerdoti: il parroco di Adelano, don Eugenio Grigoletti, fu trucidato nella sua canonica mentre don Angelo Quiligotti – direttore del Ginnasio nel Seminario di Pontremoli – venne fucilato ai piedi del Gottero mentre cercava un riparo con altri cinque uomini.
Don Eugenio Grigoletti era nato a Coloretta: ordinato sacerdote nel 1893 era stato prima parroco di Casola e, dal 2 agosto 1899 assegnato alla parrocchia di Adelano.
Nel ricordo di lui si sottolinea disponibilità nei confronti della popolazione che aveva dimostrato anche nei confronti di quei giovani ribelli che per sfuggire alla guerra si erano rifugiati lassù tra quei monti, pensandosi più al sicuro. La partigiana Laura Seghettini ricorda nel suo libro l’incontro suo e di Facio con questo anziano sacerdote che li aveva invitati a sposarsi; alla risposta di Facio che non era credente, lui avrebbe commentato: “provi a credere”.
Emerge la figura di un anziano sacerdote che esercita il proprio ministero con atteggiamento paterno, di guida, anche nei confronti di questi giovani che non sono suoi parrocchiani. Il parroco di Patigno, don Enrico Lorenzelli, avrebbe poi scritto che i nazifascisti trovarono in canonica una radio, armi e munizioni partigiane e annota “indizi di alloggi ufficiali, prestati forzatamente”, ma non c’è conferma di questo.
Laura Seghettini parla di un unico incontro casuale che fa escludere la frequentazione giornaliera della canonica da parte del “Picelli”. In ogni caso non era difficile che la voce della disponibilità umana del parroco al dialogo con tutti – e quindi anche con i giovani partigiani che frequentavano la sua canonica – fosse nota nella valle e comunque in quei mesi bastava anche molto meno per essere uccisi.
Di sicuro don Grigoletti non pare potesse essere un pericoloso nemico di nessuno, soltanto un bonario pastore di anime che era da oltre quaranta anni ad Adelano e in questo lungo periodo aveva probabilmente aperto la porta della canonica a tutti coloro che si erano presentati. Don Bruno Ghelfi nel fascicolo Stole insanguinate, pubblicato nel 1981, scrive che quando i nazifascisti arrivarono don Grigoletti stava preparando la sfoglia per il frugale pranzo, disposto a condividerlo. Ma alla brutalità di chi arrivò poco importava l’animo pacifico del sacerdote. La morte violenta di questo parroco ultrasettantenne è uno dei segni più violenti della guerra. Quella di colui che ucciso e buttato con disprezzo attraverso una botola nella cantina è un’immagine che non si può dimenticare quando si entra in quella canonica di Adelano anche ora che, grazie a fra Cristiano, questa ha acquisito una nuova vita. La morte di don Grigoletti rimane un segno della gratuità del male.

Ricordo di Walter Tessieri, partigiano pontremolese
fucilato il 4 agosto 1944

Walter Tessieri (1926 - 1944)
Walter Tessieri (1926 – 1944)

Nel corso del convegno organizzato nel seminario vescovile dalle sezioni ANPI di Pontremoli e Zeri e dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana è stato ricordato anche Walter Tessieri, giovane partigiano pontremolese catturato durante il rastrellamento del 3 agosto 1944 nelle montagne tra lo zerasco (dove combatteva nei ranghi del battaglione “Picelli” al quale si era unito prima di compiere i diciotto anni) e l’alta val di Vara.
Consegnato dai tedeschi agli alpini della “Monterosa” che li affiancavano nella vasta operazione che sconvolse e mise a ferro e fuoco il territorio,

Beto di Varese Ligure, 4 agosto 2019. La deposizione della corona di alloro da parte della delegazione dei famigliari e della sezione Anpi di Pontremoli sul luogo della fucilazione del partigiano pontremolese Walter Tessieri nel 75.mo anniversario
Beto di Varese Ligure, 4 agosto 2019. La deposizione della corona di alloro da parte della delegazione dei famigliari e della sezione Anpi di Pontremoli sul luogo della fucilazione del partigiano pontremolese Walter Tessieri nel 75.mo anniversario

Tessieri venne fucilato il giorno successivo a Buto, piccola frazione di Varese Ligure, obbligandolo a scavarsi la fossa dove poi fu sepolto. Nell’agosto 1945 il suo corpo venne esumato e trasferito nel cimitero urbano di Pontremoli dove ancora riposa.
Al convegno hanno partecipato i nipoti, Walter e Maximiliano Massari che nella giornata di domenica, assieme ad una delegazione dell’ANPI di Pontremoli, si sono recati a Buto per deporre una corona d’alloro al cippo che ricorda il tragico evento (nella foto in basso). In occasione di questo 75.mo anniversario della morte è stato anche pubblicato il volumetto “Walter Tessieri. Un ragazzo ancora… un partigiano” che raccoglie i materiali inediti messi a disposizione dai famigliari e presentato sabato pomeriggio durante il convegno.

 

Se don Grigoletti, nell’attendere il nemico nella sua canonica, aveva sottovalutato la pericolosità del rastrellamento, non lo aveva fatto don Angelo Quiligotti che, consapevole del pericolo, aveva scelto di nascondersi con altri uomini nei boschi, scelta che tuttavia non gli avrebbe salvato la vita. Era nato anche lui a Coloretta: di una diecina d’anni più giovane di don Grigoletti era figura ben nota a Zeri e a Pontremoli.
Dopo il corso di teologia al Seminario di Pisa si era laureato in Lettere.
3212convegno_ANPI1Da quarant’anni era insegnante nel Seminario di Pontremoli e da un decennio supplente all’Istituto Magistrale Malaspina. Canonico della cattedrale, colto e appassionato sia di cultura classica che di arte, chi ne tracciò il ricordo scrisse di lui come, nonostante un carattere che poteva apparire austero e rude, mostrasse tratti di grande delicatezza e disponibilità per cui godeva di vaste amicizie in tutte le classi sociali.
I tempi difficili della guerra gli avevano fatto cercare la solitudine accentuando quella devozione verso la Madonna che era una caratteristica della sua religiosità e che l’aveva spinto ad effettuare vari pellegrinaggi ai Santuari mariani sia di Loreto che di Pompei.
Quando arrivò il rastrellamento, mentre si trovava a Zeri nella casa di famiglia, il prof. Quiligotti, comprendendo la pericolosità del momento, cercò la salvezza nei boschi insieme ad alcuni suoi compaesani. Camminarono a lungo, dirigendosi verso il Monte Gottero, allontanandosi il più possibile dagli abitati, ma furono raggiunti anche lì. La notizia della loro uccisione giunse in paese alcuni giorni dopo, il 6 agosto, durante i funerali di don Grigoletti, quando i loro corpi furono trovati.
Don Quiligotti giaceva colpito da tre colpi di arma da fuoco al collo. Erano momenti terribili: scegliendo un sentiero ci si poteva salvare, andando in un’altra direzione si correva incontro alla morte. Qualche pattuglia faceva dei prigionieri, altre trucidavano senza pietà.
La notizia dell’uccisione del canonico venne portata a Pontremoli dal vescovo Sismondo che nei giorni successivi il rastrellamento si era recato di persona a Zeri. Tante volte si era impegnato per la salvezza di persone e per il rilascio di prigionieri, spesso anche sacerdoti. Ma la ferocia nemica non consentiva nemmeno a questo vescovo, così attento e disponibile, di evitare uccisioni ingiustificate come quelle di don Eugenio e don Quiligotti.

(Paolo Bissoli)

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