Prima il rispetto della vita umana

27SeaWatchNon ci piace dare l’idea di voler tirare qualcuno per la giacchetta, ma ci sembra che le dichiarazioni del Segretario di Stato Pietro Parolin parlino davvero da sole: rispondendo ai giornalisti, il cardinale ha affermato che “la vita umana va salvata in qualsiasi maniera, ecco. Quindi quella deve essere la stella polare che ci guida, poi tutto il resto è secondario”.
I vari lanci delle agenzie di stampa hanno dato molto risalto a questa dichiarazione, giunta proprio a ridosso della rocambolesca conclusione della vicenda dei naufraghi della nave Sea Watch 3, dandole quasi una valenza “politica”.
In realtà ci sembra una affermazione di principio che travalica i limiti delle ideologie e delle strategie pensate e messe in atto da governanti impegnati soltanto a creare un allarme sicurezza da sfruttare in termini elettorali. Non vogliamo nemmeno partecipare al tifo da stadio che si è creato attorno alla decisione della capitana della nave della Ong tedesca ma alcune considerazioni sono necessarie.
Come si fa a non cogliere il ridicolo che sta sotto all’accusa lanciata a Carola Rackete di aver compiuto un atto di guerra contro il nostro Paese? come si fa a non ricordare che alle leggi ci si può opporre con scelte di obiezione di coscienza, non violente, come potrebbe essere avvenuto nel porto di Lampedusa? come si fa ad accettare che una persona, rea soltanto di aver, forse, compiuto un gesto di disobbedienza per porre fine ad una situazione disumana debba essere offesa per il suo essere donna?
Proprio quest’ultima domanda, apre una ulteriore considerazione: possibile che nessuno a livello di governo abbia sentito la necessità di stigmatizzare le offese e le minacce sessiste rivolte alla donna dalle persone presenti allo sbarco? e che nessuno si renda conto del rischio legato alla mancanza di sanzioni nei confronti di violenze verbali che prima o poi potrebbero trasformarsi in violenze fisiche?
Pensiamo di essere in molti a pensare e volere che l’Italia sia un grande Paese civile, nel solco della sua storia più nobile, e allora, non si può tacere il fatto che in tutto questo dibattito sull’immigrazione la grande assente sia la parola “integrazione”. Inutile pensare ai “bei tempi andati”, caratterizzati da un tessuto sociale omogeneo, ammesso che siano mai esistiti.
Il futuro, ma già il presente, in Italia come nel resto del mondo, parla di presenze di cittadini di origini le più diverse e la chiusura a riccio in difesa dei vari nazionalismi non può portare e niente di buono. Uno Stato democratico e moderno deve piuttosto pensare e mettere in atto strategie che mirino ad integrare le varie provenienze, nel rispetto della società che le accoglie. Non si può parlare solo di barriere che, la storia sta lì a dimostrarlo, hanno creato solo conflitti e non risolto i problemi.

Antonio Ricci

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