Quando la Toscana era ignorata dal Grand Tour

A Pontremoli la conferenza del prof. Volpi all’UniTre.
Montesquieu la snobbava, Goethe si fermò solo tre ore, ma le cose cambiarono già alla fine del Settecento

Da sinistra: il presidente dell'UniTre Pontremoli Lunigiana, Giuseppe Frassinelli; il prof. Alessandro Volpi (Università di Pisa); la direttrice dei corsi, Caterina Rapetti
Da sinistra: il presidente dell’UniTre Pontremoli Lunigiana, Giuseppe Frassinelli; il prof. Alessandro Volpi (Università di Pisa); la direttrice dei corsi, Caterina Rapetti

In quel Grand Tour che fin dal Seicento vedeva l’Italia meta di tanti viaggiatori dal nord Europa, Firenze non era una delle mete preferite: erano Venezia, Roma e Napoli ad attirare l’attenzione di una comunità di aristocratici che in Toscana non venivano volentieri. Ed erano state spese parole poco lusinghiere: da quelle che oggi chiameremmo “recensioni” la Toscana non ne usciva bene.
Montesquieu nel 1728 si limita a definirla una “bella città”, ma dove “si vive con molta economia. Gli uomini vanno a piedi. La sera si fanno lume con una piccola lanterna… Nessun caminetto e nel cuore dell’inverno niente riscaldamento. Dicono che il fuoco è malsano, ma potrebbe essere anche per ragioni di economia… Non c’è una città in cui la gente viva con meno lusso”.
E alcuni anni dopo Goethe la degna di così poca attenzione da fermarvisi appena tre ore! Così il prof. Alessandro Volpi (Università di Pisa) ha iniziato il suo intervento all’incontro di sabato 19 gennaio a Pontremoli per la festa dei trent’anni dell’Università delle Tre Età. Mentre oggi si discute su come limitare il numero dei turisti che ogni anno prendono d’assalto Firenze e le altre città d’arte della Toscana, è difficile credere che ci sia stata una stagione nella quale la nostra regione fosse trascurata.
04UniTre_Pontremoli_02Ben presto, tuttavia, le cose cambiano e Firenze (ma anche Lucca, Pisa, Siena…) diventa meta preferita di tanti che arrivano per fermarsi a lungo o, addirittura, per stabilirvi la propria dimora definitiva. Volpi lo ha spiegato sottolineando come già sul finire del Settecento si impongono all’estero due aspetti che fanno guardare alla Toscana con interesse e ammirazione.
Il primo riguarda l’agricoltura: le riforme del granduca Pietro Leopoldo, la libera circolazione dei grani, i nuovi sistemi di lavorazione dei campi, il ruolo dei contadini costituiscono delle novità assolute; grazie ad esempio alle “colmate di monte” le colline si trasformano in vigneti e oliveti e il paesaggio cambia: non più selvaggio come veniva descritto nei decenni precedenti, ma coltivato e trasformato dall’uomo.
Il secondo è legato alla organizzazione della società toscana che dall’estero viene percepita come sinonimo di libertà sui principi tipici dell’Illuminismo. Una terra dove le comunità del Medioevo sono libere dal potere dell’Imperatore e da quello temporale del Papa: sono i “liberi Comuni” nei quali nasce un senso della libertà tipicamente borghese. Una libertà dell’individuo e un Rinascimento delle arti che ha in Michelangelo l’artista al quale si guarda con la maggior ammirazione a tal punto da mettersi in viaggio per seguirne le orme.
Così nell’Ottocento i viaggiatori arrivano anche a Carrara per vedere e toccare le montagne dove il grande artista andava per procurarsi il marmo.
È proprio il mito del Rinascimento a far dire ai viaggiatori europei “andate in Toscana perché lì c’è l’origine della libertà”, una libertà diversa ad esempio da quella inglese: se questa si basa sulla concorrenza sfrenata ed è dunque conflittuale, quella toscana è invece “solidaristica”.
Così, in questi anni Firenze e la Toscana sono in grado di trasformare i viaggiatori in “soggiornanti” che scelgono di restare per la vita.
Ed è per rispondere a questa crescente presenza “stanziale” di intellettuali stranieri che nel 1819 nasce a Firenze la prima biblioteca, il “Gabinetto scientifico-letterario” su iniziativa del banchiere e mercante ginevrino Giovan Pietro Vieusseux. Sono questi intellettuali a diventare i nuovi fiorentini in una città europea, i più motivati a difenderla dalle imponenti (e spesso disastrose) trasformazioni della seconda metà dell’Ottocento: su tutte quella del Piano Poggi che, a partire dal 1865 in occasione della scelta di Firenze Capitale d’Italia, stravolse gran parte del tessuto urbano rinascimentale.

(Paolo Bissoli)

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