Il campo scuola invernale dei giovani del vicariato di Villafranca nelle mense Caritas di Roma al servizio degli ultimi

15mensa_poveriNatale è la festa della gioia, della famiglia e dell’amore ma per chi una famiglia non ce l’ha e non sa neanche cosa siano la gioia e l’amore, il Natale può rivelarsi il tempo in cui emerge la solitudine: è questo il punto di partenza che ha motivato il nostro gruppo giovani del vicariato di Villafranca a compiere il campeggio invernale, dal 27 al 30 gennaio, prendendo parte al servizio di due mense Caritas di Roma.
Abbiamo, così, scoperto che i poveri hanno un potere speciale, quello dell’invisibilità.
Alla mancanza di cibo si somma l’indifferenza della gente, spesso cieca ma anche sorda e muta davanti a questo dramma. Fino ad arrivare a città che impediscono ai senza tetto di stare sulle strade, per non turbare i turisti, come se la povertà dovesse essere resa invisibile. Ma questa esiste e ci riguarda in quanto comunità perché si parla di persone come noi che, per un motivo o per l’altro, in un batter d’occhio hanno perso la loro dignità e si sono ritrovate a vivere in un’automobile, senza un lavoro e ridotte a chiedere l’elemosina ai semafori.
Per questo la Caritas, oltre che fornire vitto e alloggio, offre loro un percorso di reintegrazione sociale. La prima mensa Caritas in cui abbiamo offerto servizio è stata quella di S. Giacinta. Qui abbiamo cercato di entrare in relazione con gli ospiti, ottenendo successi e rifiuti.
Non sono mancate infatti reazioni aggressive di fronte alla semplice richiesta di scambiare due parole per un meccanismo di autodifesa causato dai tanti rifiuti ricevuti nella vita. In altri casi, invece, alcuni ospiti si sono mostrati aperti al dialogo e talvolta quasi in cerca di attenzione, perdendosi nel racconto del loro passato. Una caratteristica comune è che raramente si soffermano sul racconto di ciò che li ha ridotti in quello stato: evitano la domanda diretta, divagano su altri argomenti; non si capisce se per vergogna o senso dell’onore, per paura di un giudizio o semplicemente per non riaprire ferite dolorose.
La seconda mensa, quella intitolata a S. Giovanni Paolo II, più capiente della prima, ci ha offerto la possibilità di entrare a contatto con un numero ancor maggiore di giovani e anziani, stranieri e non, ognuno con la sua storia. Anche in questo caso ci sono stati assegnati diversi compiti: all’entrata abbiamo preso le firme per verificare le presenze; mentre i più grandi distribuivano il cibo, altri si occupavano del lavaggio di brocche e vassoi ed altri ancora gestivano la raccolta differenziata.
L’afflusso è stato notevole: i tre saloni non si sono mai svuotati fino all’orario di chiusura. Così ci siamo confrontati con mondi diversi, abbiamo scoperto tante differenze e disarmanti somiglianze che ci hanno fatto riflettere. Il presidente della Caritas di Roma, introducendoci al servizio della mensa, ci ha fatto notare che “spesso queste persone non vengono neanche considerate tali, passano inosservate, avvolte da buio e silenzio; allora cerchiamo di sforzarci per iniziare ad accorgerci di loro e non abbandonarle a loro stesse”.
Noi nel nostro piccolo ci abbiamo provato: sicuramente non avremo cambiato le cose, ma anche un solo sorriso sul volto di queste persone per noi è stata una delle ricompense più belle.
Al termine di questa esperienza si può dire che il nostro aiuto è stato sentito sia dai collaboratori Caritas sia dagli ospiti stessi, che hanno trovato qualcuno pronto ad ascoltarli anche solo per pochi minuti. Il regalo più grande, però, l’hanno fatto loro a noi perché ci hanno fatto scoprire una parte di mondo di cui si sente solo un’eco lontana e che, invece, ci coinvolge più di quanto pensiamo.
Molti di coloro con cui abbiamo parlato ci hanno fatto capire che, in quanto giovani, abbiamo una grande responsabilità, o meglio un dovere: trascinare fuori l’Italia da questo baratro di povertà in cui sta scivolando ed essere capaci di investire meglio le tante risorse che il nostro Paese ci offre per creare una società con più possibilità di lavoro e una maggiore vicinanza dello Stato ai cittadini più emarginati.

Matilde Barbieri e Costanza Guastalli

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