Scuola in Italia: tra 10 anni un milione di studenti in meno sui banchi

Fondazione Agnelli: meno bambini sia dalle madri italiane che da quelle straniere. Prevista una diminuzione di quasi 56.000 insegnanti

16scuolaSempre meno giovane: l’Italia del futuro farà pesantemente i conti con la demografia. A partire dalle scuole, sempre meno popolate di bambini e ragazzi. Ad affermarlo è la Fondazione Agnelli, la più autorevole istituzione privata di studi sul mondo dell’istruzione del nostro Paese.
In una ricerca pubblicata la settimana scorsa, intitolata “Scuola. Orizzonte 2028 – Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche”, l’organismo ha evidenziato un dato sconvolgente nella sua drammaticità: la popolazione italiana tra i 3 e 18 anni in Italia, cioè quella compresa tra la scuola dell’infanzia e l’ultimo anno della scuola secondaria, è oggi circa 9 milioni. Nel 2028, secondo le proiezioni demografiche elaborate su dati Eurostat, l’istituto di statistica della UE, sarà scesa ad un valore compreso tra 7,8 e 8,3 milioni. Stando nel mezzo tra i due valori, significa un milione di giovani in meno.
Secondo lo studio, consultabile sul sito della Fondazione, gli iscritti alla Scuola Primaria nel 2028 saranno il 16% in meno rispetto ad oggi nelle regioni del Nord, il 19% in meno in quelle del Mezzogiorno e il 14% in meno in quelle del Centro. Trend analoghi riguarderanno le Scuole Medie (-10% al Nord, – 19% al Sud e -9% nelle regioni centrali), mentre nelle scuole superiori a mantenere i numeri su livelli prossimi a quelli attuali, nel Nord e nel Centro Italia, contribuirà l’ultima coda del “boom demografico” delle famiglie immigrate. In queste due aree, gli iscritti alle scuole superiori aumenteranno rispettivamente del 4 e del 6% (al Sud invece si assisterà ad una diminuzione del 13%).
ingresso-scuolaMa l’onda lunga della crisi della Primaria, in pochi anni, farà sentire i suoi effetti anche nelle Scuole Secondarie del Centro Nord. Il centro studi torinese, focalizzando la ricerca sul mondo scolastico, è arrivato a quantificare gli “esuberi” di personale determinati dalla flessione demografica. Si “perderanno” 55.600 insegnanti: 22.100 nella Primaria, 15.700 alle Medie, 12.600 nelle Scuole dell’Infanzia e 5.200 nelle Superiori. Quanto alle classi, la stima è di 36.700 in meno nel 2028.
A livello scolastico, i ricercatori della Fondazione Agnelli non esitano a proporre soluzioni “resilienti”, cioè in grado di sapere ricavare effetti positivi dalla difficoltà indotta dalla crisi demografica: si va dal rafforzamento generalizzato della scuola negli orari pomeridiani, all’aumento medio degli insegnanti per classe, in modo da favorire lo sviluppo di forme di co-progettazione interdisciplinare, come richiesto dalla didattica delle competenze, fino alla replica in Italia della recente riforma francese, che prevede la riduzione del numero medio di studenti per classe nelle aree più problematiche.
Si tratta di soluzioni innovative, reputabili migliori del non fare nulla. Secondo lo studio, a fronte del calo demografico si potrebbe semplicemente non sostituire gli insegnanti che raggiungono l’età di pensionamento, per un risparmio crescente e stimato in 1,8 miliardi annui nel 2028. Con un rovescio della medaglia: a soffrirne sarà il rinnovamento del corpo docente e con esso anche la qualità e l’innovazione didattica.

Un’Italia sempre più vecchia

Un gruppo di anziani
Un gruppo di anziani

Uscendo dall’ambito scolastico, i motivi del calo demografico individuati dalla Fondazione Agnelli dicono molto circa la composizione e i mutamenti interni alla società italiana. Il motivo principale è la diminuzione nel numero di madri potenziali: dal 2007 al 2017 le donne residenti tra 15 e 45 anni sono passate da 12,2 a 11 milioni. Nel frattempo, sempre secondo la Fondazione, è pure diminuita la loro propensione ad avere figli: in un decennio il tasso di fecondità è sceso da 1,42 a 1,34 figli per donna (-6%).
Contrariamente a molti pregiudizi popolari, alimentati ad arte da chi speculava sui temi legati all’immigrazione, a determinare tale declino è stata la fecondità delle donne straniere, passata da 2,31 a 1,97 figli per donna (-15%).
Come sostenuto da tempo in molti studi migratori, il tema di una presunta “invasione” di nuove generazioni di immigrati irrobustite dagli alti tassi di fertilità delle mamme immigrate, è privo di fondamento: in tema di procreazione le donne immigrate, in breve tempo, assumono le stesse scelte delle donne autoctone.
Alla contrazione della fertilità tra le popolazioni immigrate si affianca poi quello delle popolazioni locali. Le donne con cittadinanza italiana, dal 2007 al 2017 hanno procreato di meno (da 1,32 a 1,26): un chiaro segnale che le politiche familiari, basate su bonus e sconti fiscali, nulla possono in assenza di diritti (sul lavoro, di conciliazione tra occupazione e famiglia, etc.) e servizi per la famiglia (nidi e scuole di infanzia in primo luogo). Sullo sfondo, la smentita di un altro luogo comune: contrariamente alla percezione popolare, i flussi migratori internazionali si stanno riducendo.
Il saldo migratorio con l’estero è sceso dallo 0,75% del 2007 allo 0,3% nel 2017; cioè, sempre meno popolazione straniera chiede di risiedere in Italia. Sempre più spesso, come certifica Istat, per motivi di ricongiungimento famigliare, sempre meno per cercare lavoro. Messi tutti insieme, i dati mostrano la realtà di un Paese destinato ad essere sempre più vecchio e per questo sempre meno dinamico da un punto di vista economico e sociale.

(Davide Tondani)