Passione di Gesù. Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Domenica 25 marzo, domenica della Palme
(Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47)

12vangeloNella Domenica delle Palme si passa da una festosa accoglienza a Gerusalemme alla drammatica passione di Gesù. Il primo simbolo che incontriamo è l’asino, nel nostro testo un puledro. Nella Bibbia, sempre, se ne sottolinea la mitezza e lo si mostra quale segno di umile utilità spesso in contrasto con la alterigia del cavallo. L’asino viene usato per i lavori umili dei campi, per il trasporto delle derrate e per la macina, il cavallo è un animale stupendo, costoso ed usato soprattutto per la guerra.
Gesù vuole entrare in Gerusalemme su di una cavalcatura che tutti coloro che lo indicavano quale figlio di David non potevano approvare. Nella mentalità aramaica essere figlio di qualcuno, nel nostro caso figlio di David, significava comportarsi come il padre. Padre David aveva ricostituito il regno di Israele ma aveva combattuto e usato cavalli. Come si vedrà pochi giorni dopo, la festosa accoglienza di Gesù a Gerusalemme aveva toccato soltanto la superficie del sentire di molti ebrei.
La maggior parte di biblisti è concorde nell’ipotesi che la narrazione tramandataci dall’evangelista Marco sia tratta, quasi alla lettera, da un testo scritto a ridosso degli eventi della passione e morte di Gesù. Suppongono che tale testo fosse stato redatto tra il 30 (anno della morte di Gesù) ed il 36 (anno della morte del sommo sacerdote Caifa).
Il vangelo di Marco, il primo che è stato scritto e che trae dal testo redatto in tempi molto vicini agli eventi narrati, ci presenta un Gesù impaurito, angosciato e molto sofferente. L’apporto dei discepoli è sempre più evanescente. Dopo Pietro che si oppone con la spada, ed è così lontano dagli insegnamenti di Gesù che questi non lo considera nemmeno, tutti lo lasciano al suo destino. C’è, solo in questo vangelo, il racconto di un giovane che cerca di seguire il corteo coperto con un lenzuolo.
Molti pensano che il racconto potesse farlo solo chi era sotto quel lenzuolo cioè Marco. Altri ritengono si tratti di un simbolo col quale si ammette: sì lo avete catturato, avete il suo sudario, ma Lui è ancora vivo. Il culmine della sofferenza di Gesù giunge quando non riesce più a sentire la presenza del Padre e grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Una teologa del nostro tempo, che non ha studiato sistematicamente teologia, Chiara Lubic, propone il “Gesù abbandonato” come il porto accogliente dove il dolore è stato sperimentato fino in fondo e dove tutti i dolori trovano sostegno e speranza. Infatti su quella croce ed in quel momento vi è il culmine del dolore fisico: i chiodi piantati nella carne, la sofferenza di dover fare forza su quei mostruosi appigli per potere respirare, ma anche il dolore spirituale di chi, sempre capace di preghiera e di contatto con il Padre, ora sente il distacco del silenzio che forse viene dalla natura umana che grida così forte da non far percepire la vicinanza del Padre. Subito dopo la morte, solo: le persone care erano in lontananza, il corpo inerte, spogliato e sanguinante, tuttavia un centurione, uno straniero, è l’unico capace di cogliere che quello di Gesù è il comportamento di chi ama totalmente e pertanto tralascia la cura di sé se ciò permette la cura degli altri, dell’intera umanità. Questo è il comportamento di Dio e di tutti i suoi Figli. Questa è la vita dell’Eterno.

Pier Angelo Sordi

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