L’ultimo viaggio del Balzone

Monzone: sono passati sessant’anni dal 20 agosto 1956. Nelle cave del Lucido la teleferica del Balzone, la più potente d’Europa, era precipitata nell’abisso uccidendo due operai

Trasporto a valle di un carico di marmo con la teleferica del Balzone
Trasporto a valle di un carico di marmo con la teleferica del Balzone

“Si spezza il filo di tutte le speranze di un paese”. Con questo titolo il mensile “La voce della Madonna del cavatore” diffondeva la notizia che “la teleferica più potente d’Europa era precipitata nell’abisso, causando la morte di 2 operai”. Evidenziava, inoltre, l’apprensione per il lavoro di 200 cavatori e la richiesta dei lavoratori di Vinca di una strada che rendesse più facile l’accesso alle cave del Sagro.
Sono passati sessant’anni da quel tragico 20 agosto 1956, quando, alle ore 8.35, si spezzava il cavo portante della teleferica e il carrello montante “precipitava nell’immane burrone sottostante di oltre 600 metri, trascinando nei dirupi scoscesi due operai che si recavano al lavoro: il marcatempo Franco Dell’Amico, quarantaquattrenne di Avenza, e Onelio Baroni di Mezzana di Fivizzano, di 42 anni”.
I “urli” di sirena interruppero il lavoro di tutti i cavatori, che si precipitarono, “per gli impervi sentieri del Balzone”, sul luogo del sinistro, immortalato dal famoso fotografo Bessi.
Purtroppo non poterono far altro che recuperare i corpi dei due colleghi e trasportarli nell’obitorio del cimitero di Monzone, dove fu sepolto Onelio Baroni, mentre i funerali di Franco Dell’Amico si tennero ad Avenza, con grande partecipazione di folla e di autorità in entrambi i luoghi.
Dopo l’incidente la teleferica non è stata più riattivata; negli anni seguenti, anzi, è stata completamente smantellata. Di essa rimane solo qualche rarissima, quasi introvabile, traccia, che non riesce neppure a far immaginare la presenza di quella meravigliosa opera dell’ingegno dell’uomo, ideata e fatta costruire, nel 1907, dall’imprenditore inglese Guglielmo Walton.
La sua realizzazione fu fondamentale per lo sviluppo dell’economia legata al marmo dell’intera Valle del Lucido. La dismissione della funivia e la quasi contemporanea apertura , agli inizi degli anni Sessanta, della carrozzabile che da Campo Cecina conduceva a Carrara, segnarono, invece, l’inizio del declino della lavorazione del marmo anche nella grande segheria di Monzone, che pur rimase aperta ancora per qualche decennio, grazie alle cave di Equi e alla Spolverina, per il passaggio dei camion che trasportavano marmo a Monzone dal Sagro.
Con le mattonelle in marmo bianco e grigio striato, lavorate nella segheria Walton di Monzone e donate da Amedeo Boiardi, furono pavimentate anche la nuova chiesa di Equi e la chiesa Reginae Pacis di Monzone.
Da circa tre lustri ha ormai cessato l’attività. Della lavorazione del marmo non è rimasto nulla: nella Valle del Lucido transitano solo alcuni camion con blocchi delle cave di Equi e, quotidianamente, un treno con 25 container pieni di marmo frantumato di Minucciano e diretti a Sassuolo. Nel frattempo la strada Vinca-Sagro, nella quale tante speranze avevano riposto i Vinchesi, nonostante gli ingenti investimenti, è rimasta una grande incompiuta e, forse anche se terminata, non avrebbe salvato nella Vallata la lavorazione del marmo, ora tutta proiettata, anche da Carrara, su Verona, dove, si dice, costa meno.
Ora che anche l’ultimo laboratorio di marmo lascerà Gragnola, quindi la Valle del Lucido, per la zona artigianale di Rometta, forse non sarebbe male che qualche laureando – o chi altro – rivisitasse e facesse conoscere queste vicende.

Andreino Fabiani

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