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Alla fine, quello che molti temevano e almeno altrettanti auspicavano è accaduto: Fini e i suoi sono stati espulsi dal Pdl. Una situazione che nessuno avrebbe potuto immaginare all’indomani delle elezioni regionali, che avevano presentato un centro destra vincente e destinato a vivere di rendita fino al termine naturale della legislatura. Le cose non stanno più così: le dichiarazioni di tutti gli interessati sulla durata del governo hanno infatti un valore vicino allo zero, se si pensa che alla Camera Berlusconi può contare ormai solo su 311 “fedelissimi” (a voler considerare tali i rappresentanti della Lega); per raggiungere la maggioranza tecnica di 316 deputati dovrà trattare ogni volta con i 33 finiani ed ormai è nota a tutti la sua capacità di mediazione. Pensare all’alternativa di una campagna acquisti nell’area di centro, suonerebbe offensivo per chi vi milita!
A questo punto non vi è più alcun dubbio: il re è nudo, perché a metterlo in tali condizioni ha provveduto non il solito “comunista” di passaggio, ma lo stesso cofondatore del Pdl, cacciato “di fatto in due ore, senza possibilità di esprimere le mie opinioni”. Invitato a dimettersi da presidente della Camera, Fini ha bollato il diktat con parole di fuoco: “una logica aziendale modello amministratore delegato-consiglio d’amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni”. Parole che sono state scritte e dette a più riprese negli anni passati, in occasione della rottura con Bossi, poi con Casini ed ora con quello che tutti vedevano come l’erede naturale di Berlusconi. Basteranno queste batoste per scoraggiare chicchessia dal fare future (suicide) alleanze con un leader che probabilmente diffida pure della sua immagine riflessa nello specchio? Difficile dirlo perché la politica - entro certi limiti, giustamente - è l’arte del possibile, non del vero. Sta di fatto che ora la politica italiana sembra bloccata in attesa delle mosse di Fini: tutti a chiedersi se e quanto continuerà a tirare la corda. In verità, finora ha dimostrato di non aver paura ad andare in fondo alle cose, ma da qui al suicidio politico ce n’è di differenza!
La vicenda Caliendo, se andrà come annunciato, propone scenari nuovi, coerenti con l’impressione che dalla scissione del Pdl esca sconfitto non solo Berlusconi (mai aveva trovato un “amico” capace di non chinare la testa di fronte alle sue minacce), ma anche quel modello bipolare tanto sbandierato, ma che oggi appare ancora molto lontano dall’essere radicato nel nostro Paese. Siamo di fronte alla prospettiva di un forte raggruppamento di centro (Fini, Rutelli, Casini, Lombardo) capace di trattare da posizioni di forza con la destra? Se così fosse, il bipolarismo sarebbe già fuori dai giochi. Resta lo scoglio della legge elettorale, che premia oltre ogni misura chi ottiene la maggioranza relativa dei voti: Bersani – udite! udite! – ha fatto il nome di Tremonti per un governo di transizione che modifichi la normativa e poi prepari il voto anticipato. A parte la sorpresa (ma dicevamo sopra che in politica vige il “mai dire mai”), una prospettiva del genere non appare percorribile nel breve termine. Difficilmente potrà esserci una crisi di governo prima che la Lega possa portare in cascina l’attuazione del federalismo, o meglio, ciò che di esso rimane. Una volta ottenuto questo, si potrebbe scoprire che l’amore di Bossi per Berlusconi non è così duraturo e che anche la Lega potrebbe essere tra i soggetti politici desiderosi di “andare a vedere le carte”, tramite una bella consultazione elettorale, magari la prossima primavera.
In tutto questo bailamme, ancora una volta ha fatto scalpore un editoriale di Famiglia Cristiana, che analizza la situazione di crisi in atto nella politica e nella società italiana. Può essere che nell’articolo ci sia qualche parola un po’ troppo pesante, ma la sostanza è quella: troppi yes men circondano il presidente del Consiglio, ansiosi di eseguire ogni suo progetto, e questo non fa il bene del Paese.
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