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Il Corriere Apuano
 Anno CIII n. 28 Pontremoli 17 Luglio 2010
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Uno scempio di umanità verso i prigionieri eritrei in Libia
di Maria Luisa Simoncelli
 
In contrasto col poco rilievo e col silenzio di alcuni media cartacei e informatici, le associazioni umanitarie sono riuscite a portare alla ribalta per qualche giorno il terribile trattamento riservato a 250  profughi eritrei, che fuggono da un regime del loro paese non democratico e da un’economia fortemente depressa. Impressionante la denuncia di don Mussie Zerai dell’agenzia Habeshia, che riesce ad avere alcuni contatti: i profughi trasportati il 29 giugno nella prigione di Brak nel deserto libico, dopo che si erano rifiutati di dare le loro generalità per paura di ritorsioni contro i familiari in Eritrea, ricevono percosse, i malati non sono curati, stanno sotto il sole bruciante, senza acqua, sono torturati a tutte le ore. La denuncia è la stessa da parte di tutte le associazioni umanitarie, laiche e religiose; ma anche il Parlamento europeo il 17 giugno scorso aveva già ricordato a tutti gli Stati Ue che in Libia sono violati i fondamentali diritti umani. Ne dovrebbe conseguire pertanto che i respingimenti nel paese del regime di Gheddafi non ci dovrebbero essere, vengono respinte anche persone che hanno diritto all’asilo politico, secondo la Convenzione di Ginevra, che la Libia non ha ancora ratificato.

Il governo italiano il 7 maggio 2009 aveva fatto un trattato di amicizia con la Libia per respingere sulle sue coste i migranti, ma la Corte europea di Giustizia potrebbe condannare l’Italia per questi respingimenti, vietati da tutte le convenzioni internazionali perché includono anche chi fugge da guerre, persecuzioni, genocidi, fame, malattie e tanto altro.

Manifestazioni perché sia dato soccorso a queste vite umane a rischio di morte immediata la settimana scorsa erano diventate pressanti e numerose, le Acli chiedevano al governo di trasferire momentaneamente i profughi eritrei in Italia. Il nostro paese ha un obbligo morale ulteriore perché l’Eritrea nel 1890 diventò la prima colonia italiana e la Libia lo divenne nel 1912. L’emergenza attuale dei profughi eritrei alla fine ha portato alla firma di un accordo proposto dal ministro del lavoro libico: i profughi saranno liberati, non saranno riconsegnati all’ambasciatore eritreo per un rimpatrio che sarebbe morte certa (ma loro lo temono), in cambio faranno lavori socialmente utili, in pratica lavori forzati. L’accordo ha lasciato dubbi nelle associazioni umanitarie, che chiedono più chiarezza e garanzie, temono siano rese impossibili inchieste internazionali, ci sono denunce di violenze della polizia libica contro i migranti. Questi eritrei, tra i quali ci sono anche alcuni a suo tempo respinti dal mare di Sicilia, cercano una vita di elementare dignità umana, invece non avranno riconosciuto il diritto di asilo, non potranno circolare liberamente. Dopo l’interesse che alcuni giornali, una rete televisiva e le associazioni umanitarie avevano manifestato, questa grave emergenza di nuovo è sparita dall’informazione.

Succede quasi sempre: i problemi incalzano, sono tantissimi in questo tempo di tragiche transizioni, si accendono i riflettori su di essi ma per poco e spesso solo a parole si invoca cambiamento, ma l’effetto vero è che quasi nulla cambia. Si insiste soprattutto sulla paura con intenti strumentali, si è arrivati alla falsificata equazione migrante = criminale, ma la cronaca quotidiana ci informa che la violenza sta dappertutto, anche gli italiani ammazzano donne, corrompono e si fanno corrompere, in un paese dove la criminalità organizzata è come un tumore invasivo che aggredisce lo sviluppo e ogni forma di sicurezza.

È urgente riscoprire ed attuare civiltà, dignità, coerenza cristiana: l’altro siamo noi richiama una splendida riflessione di padre Enzo Bianchi: l’essere straniero è parte fondamentale dell’esperienza umana e rifiutare di accogliere l’altro è rifiutare di guardare dentro noi stessi. L’altro è il volto di Gesù per il cristiano se è coerente testimone del Vangelo, l’altro è sacra garanzia di umana civiltà per ogni cultura e religione.

 


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