“Buono, mite, saggio, innocente ed amico”

La sofferenza di Paolo VI per la tragedia innescata dal rapimento di Aldo Moro

19Moro_PapaPaoloVIAldo Moro, nella lettera ad un sacerdote, sottolineava come il Papa facesse pochino per la sua liberazione. Anche la famiglia dello statista, chiusa nel suo riserbo, sembrava pensarla allo stesso modo. Forse anche lo stesso pontefice Paolo VI, nel profondo del suo dolore, ha sofferto per non aver saputo fare di più.
L’impossibilità di salvare l’amico Aldo potrebbe aver accelerato la sua morte che verrà da lì a tre mesi. Eppure la storia, che negli anni si va dipanando, sembra sempre più propensa a sostenere che il papa abbia tentato tutto il possibile.
Da subito, dal momento della strage in via Fani, da quando si seppe che l’onorevole Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse, fece partire due iniziative con percorsi diversi. La prima passava attraverso i cappellani delle carceri. Una struttura capillare, una rete capace di arrivare a segno seguendo percorsi alternativi. Per organizzare questo tentativo il papa contattò personalmente l’ispettore generale dei cappellani in Italia che gli era amico da lungo tempo.
La seconda iniziativa era centrata sul contatto con un appartenente alle Brigate Rosse, sembra di nazionalità vaticana, ma tutto è avvolto nel mistero. Sarà questa la via che aprirà a tante speranze ma che finirà con la più amara delle delusioni.
Quando gli eventi cominciarono a precipitare, quando le BR giudicarono Moro degno di morte, il pontefice decise di scrivere una lettera agli “uomini delle Brigate Rosse”. Difese l’accusato, non reo di morte, ma buono onesto e impegnato per il bene, a lui caro sia per l’appartenenza alla famiglia di coloro che hanno la fede, sia per la condivisione di valori culturali. Li pregò, in ginocchio, di liberare Moro, semplicemente, senza condizioni, perché un giorno tutto verrà giudicato.
Non solo dal Vaticano ci si mosse per salvare Moro. Vi furono gli appelli dei vescovi, l’impegno delle congregazioni dei Padri Serviti e dei Rosminiani, che si spesero per intavolare una trattativa per la quale si trovarono sacerdoti e teologi pronti alla mobilitazione per salvare la vita di Aldo Moro; ci fu anche il coinvolgimento di Caritas e di Amnesty internazionali.
Alcuni vescovi si offrirono quali ostaggi in cambio della liberazione dello statista. Alcune lettere dell’onorevole Moro fanno presumere che il segretario DC qualcosa sapesse (ma non tutto) dei tentativi per ottenere la sua liberazione. Anche lui, fine giurista, era consapevole del fatto che l’unico mezzo a disposizione del Vaticano per la sua liberazione fosse il pagamento di un riscatto. Per questo Moro insisteva soprattutto presso i politici del suo partito, ma anche di altri partiti, perché venisse usato per lui il mezzo utilizzato nelle “emergenze” sia nazionali che internazionali.
In modo raffinato, in una lettera, faceva riferimento ad un lodo segreto utilizzato per i rapporti con i palestinesi e ad una trattativa, a cui aveva partecipato suo fratello Alfredo Carlo, grazie alla quale era stato liberato il giudice Giuseppe Di Gennaro. Ancora l’8 maggio, in Vaticano si attendeva la felice telefonata del brigatista contattato che avrebbe confermato l’accettazione del riscatto (pare dieci miliardi) per la liberazione dell’onorevole Aldo Moro. La telefonata ebbe altro tenore.
Probabilmente il contattato era stato messo in minoranza nel gruppo BR e stava fuggendo perché in pericolo di vita. I gruppi politici, ad esclusione dei socialisti, non accolsero nessuna delle due possibilità offerte per salvare Moro: uno scambio di prigionieri o la concessione ai terroristi di una qualsiasi forma di riconoscimento. Nella lettera all’amico Zaccagnini il prigioniero, ormai privo di speranze, scrive che “per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.
La messa di esequie del giorno 13 maggio, senza il corpo di Moro, assente la sua famiglia, fu celebrata dal cardinal Poletti, vescovo vicario di Roma, alla presenza del pontefice. La preghiera di Paolo VI, in quella occasione, è il lamento di un fratello che, sprofondato nel buio della morte, subisce la separazione, la mancanza di parole che la pietra sepolcrale rappresenta. Ma subito ritorna la luce che nasce dall’autore della vita. Pur nella delusione di non aver vista esaudita la preghiera per la salvezza di Moro, il papa guarda alla luce della resurrezione, ad un nuovo e definitivo incontro ed alla composizione di tutte le divisioni.
Nel presentare Moro a Dio, lo definisce “Uomo” con la ‘u’ maiuscola, quasi a sottolineare come pensasse Moro quale uomo vero, realizzato, figlio somigliante al Padre. In quei giorni, e specialmente quel 9 maggio, gli italiani hanno subito il fardello quasi insopportabile degli eventi. Si sentiva, purtroppo, che i brigatisti non erano soli, era di quel periodo il detto: “né con le BR né con lo Stato”.
Vi fu però una reazione forte da parte dei sindacati, dei partiti delle organizzazioni ed in generale della quasi totalità dalla società civile. Fu organizzato in poche ore uno sciopero che ha riguardato l’intero paese in un clima di unità come avviene spesso nei momenti di gravi calamità.

Pier Angelo Sordi

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