Musica e politica, un rapporto spesso difficile

A Pontremoli la conferenza di Alessandro Volpi promossa dall’ANPI nell’anniversario del ‘68

15contestazione_1968Musica e politica è il tema sviluppato sabato a Pontremoli e che ha richiamato un folto gruppo di persone nelle Stanze della Rosa per ascoltare la conferenza di Alessandro Volpi, docente di storia all’Università di Pisa, proposta dalla locale sezione ANPI nell’anniversario dei movimenti del ‘68.
Autore di numerose pubblicazioni sulla musica in relazione con la storia e i fenomeni sociali del nostro paese, Volpi ha ricordato come nell’Ottocento i teatri siano stati il luogo dove la politica era spesso protagonista della proposta musicale e suscitava una calda partecipazione popolare.
E proprio la musica è stata uno dei veicoli che hanno portato all’unificazione dell’Italia anche se quasi nessuno lo avesse compreso e le avesse attribuito quel ruolo: non lo fecero né Cavour né Cattaneo e neppure le riviste del tempo; unico fu Mazzini che riconobbe alla musica la capacità pedagogica di costruire l’Italia.
Fu il fascismo a compiere una grande opera di investimento nella musica quale strumento di costruzione del consenso: ne è un esempio la creazione di quel regionalismo musicale che vide nascere alcune delle canzoni ancora oggi più note, da “O mia bela madunina” (1934) a “La porti un bacione a Firenze” (1937). Nel secondo dopoguerra questo rapporto pedagogico con la musica si è andato perdendo e anche il periodo storico legato al 1968 in Italia non ha fatto eccezione.
Se infatti gli anni Sessanta sono quelli che vedono nascere la categoria del “giovane” che è anche fruitore di musica, questa nel nostro paese non svolge la funzione che invece manifesta in altri paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra. I giovani sono grandi consumatori della musica che propone loro il mercato italiano, tra i maggiori a livello mondiale per i dischi: in un solo anno se ne venderanno fino a 44 milioni di copie, in media un disco per ciascun abitante! Cifre che attirano in Italia i maggiori artisti, che tuttavia non hanno il successo preventivato. Perfino i Beatles restarono delusi della risposta sia in termini di presenze ai concerti che di vendita di dischi.
15fare_gli_italianiGrandi numeri, ma anche grande diffidenza per quanto arriva da oltre confine: la musica che si vende e si “consuma” è soprattutto quella italiana e i maggiori successi stranieri vengono tradotti e reinterpretati; a volte stravolgendone il senso. Lampante il caso di “If I Had a Hammer” di Peter Seeger portata ad un travolgente successo in Italia da Rita Pavone con il titolo “Datemi un martello”; peccato che nella versione originale fosse canzone di sostegno al movimento progressista americano della fine degli anni Cinquanta mentre da noi si trasforma in una canzonetta dove il martello diventa lo strumento per risolvere una rivalità in amore.
In verità non ci sono solo canzonette: in Italia, in quegli anni, nasce e si afferma una tradizione di canto politico che valorizza quello della tradizione popolare e recupera il canto della Resistenza; tuttavia non diventa strumento di sostegno alla politica, perché questa quasi ne diffida e nemmeno quei partiti che, come il PCI, avrebbero potuto coglierne gli aspetti positivi escono da un rapporto di sospetto nei confronti di uno strumento che poteva avere troppi accenti dissidenti rispetto all’ortodossia politica.
Si dovrà attendere fino agli anni Settanta perché venga recuperata – e questa volta a farlo è il Partito Comunista – quella funzione pedagogica della musica in precedenza lasciata ai margini; lo stesso atteggiamento si registrava in molti altri paesi europei, in primis la Germania.
Fu soprattutto l’Inghilterra a distinguersi: la politica laburista colse l’importanza del valore educativo della musica, sia che si producesse in loco o che arrivasse dagli USA. Ma fu un caso piuttosto isolato; una delle cause può essere ricercata nel radicamento dei partiti nelle società: più questi sono organizzati meno la musica svolge una funzione pedagogica. Non a caso ci riesce negli USA dove Democratici e Repubblicani non sono partiti strutturati come quelli europei ma grandi comitati elettorali che si organizzano ogni qual volta c’è un appuntamento con le urne.

Per approfondire l’argomento alcuni saggi di Volpi su musica e politica

Chi volesse approfondire il rapporto tra musica e politica nella società italiana contemporanea può leggere alcuni saggi pubblicati negli ultimi anni da Alessandro Volpi. “Fare gli italiani, a loro insaputa. Musica e politica dal Risorgimento al Sessantotto” (Pacini, Pisa 2017) “La ballata della storia. Musica e politica nell’Italia contemporanea” (La Vela, Viareggio 2017) “La rivoluzione mancata. La scomparsa di Demetrio Stratos e il difficile rapporto tra musica e politica negli anni Settanta” (Pacini Pisa, 2015) “Musica, politica e carta stampata. Dal beat a parco Lambro” (Pacini, Pisa 2013)

(p.biss.)

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