Don Tonino Bello. Una Chiesa in marcia dagli ultimi verso tutti

Il 20 aprile il Papa in visita ad Alessano e Molfetta

15don_Tonino_BelloAlessano e Molfetta aspettano, per il 20 aprile, la visita del Papa ai luoghi di don Tonino Bello, a 25 anni dalla scomparsa del loro pastore. Continua, così, il pellegrinaggio di Francesco sulle tombe di alcuni tra i personaggi più rappresentativi della Chiesa italiana del secolo scorso. “Don Tonino” è ricordato molto bene anche a Tricase, dove, raccontano i parrocchiani che l’hanno conosciuto, “da bravissimo professore è diventato pastore, ha capito cosa significa essere immersi nei problemi della gente”.
C’è un’immagine ricorrente citata da chi don Tonino l’ha conosciuto da vicino, negli anni del seminario e della formazione: “Voleva vincere a tutti i costi, aveva la sindrome del primo della classe, e per questo pretendeva molto da se stesso e dagli altri. Una partita di pallone finiva solo quando lui faceva un goal”.
È a Tricase che don Tonino si è accorto che quel metodo non corrispondeva alla realtà. Quando è arrivato lì, nel 1979, c’era quasi il deserto. E così decise di cominciare dai giovani: li andava a cercare, per loro aprì un Centro teologico di lettura, mettendo a disposizione i suoi libri e aggiungendo una cinquantina di abbonamenti ad altrettante riviste.
I suoi gesti sorprendevano perché rompevano gli schemi. Come quella volta che, andando a trovare una persona molto povera ricoverata in ospedale, accortosi che non aveva nessuno ha detto senza pensarci due volte: “La notte la faccio io”. Il giorno dopo si sparse la voce che il parroco era rimasto a vegliare, e così arrivarono i volontari ad alternarsi per la notte.
Poi è arrivato il fatidico giorno della nomina a vescovo nel 1982. Aveva già rifiutato due volte, ma questa volta non poteva proprio dire di no: doveva diventare vescovo a Molfetta. “Aveva dato tutta la sua vita per la parrocchia, accanto ai poveri, agli ultimi”, spiega don Flavio Ferraro, parroco della Natività di Maria a Tricase, a proposito di quel distacco così doloroso: “Così ha deciso di essere consacrato qui, nel luogo dove ha vissuto il primo amore della sua vita, tra la gente che lo ha imparato ad amare ogni giorno di più”.
Mimmo Turco, che era uno dei suoi ragazzi, nel 1978 aveva 16 anni, è cresciuto con lui in parrocchia e nell’Azione Cattolica e poi ha continuato a frequentarlo a Molfetta: di don Tonino sottolinea l’umanità e, a tutto tondo, l’essenzialità.
Radicale: è l’aggettivo che ritorna nella testimonianza di don Salvatore Leopizzi, parroco di sant’Antonio a Gallipoli e consigliere nazionale di Pax Christi, che narra la sua amicizia con don Tonino a partire da un’istantanea: il suo primo gesto da vescovo di Molfetta, accanto agli operai di Giovinazzo. Quando viene nominato presidente di Pax Christi è il giorno dell’uccisione di padre Popieluszko. “La pace lui la traduceva in maniera poetica, oltre che profetica”, racconta don Salvatore: per questo il suo linguaggio, così diverso, era sempre a rischio di incomprensione, soprattutto ma non solo con le gerarchie: “Dopo, tutti si sono ricreduti, e non poco. La Chiesa non è neutrale, è Chiesa di parte, diceva, e la sua direzione di marcia è dagli ultimi verso tutti”.

Agensir

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