Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia

Domenica 11 marzo, 4^ domenica di Quaresima
(2Cr 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21)

10vangeloLa settimana scorsa abbiamo meditato sulla cacciata dal tempio fatta da Gesù; uno dei capi dei giudei, Nicodemo, si reca da Gesù e, riconoscendone l’autorità, gli chiede che significato abbia quella cacciata. Nel brano di vangelo proposto alla meditazione di questa domenica, affrontiamo la seconda parte del loro colloquio.
Gesù fa riferimento ad un noto brano dell’Esodo. Mentre attraversano il deserto gli ebrei incappano in serpenti velenosissimi; per persone che viaggiano scalze o al più con ai piedi dei sandali i serpenti del deserto, che tengono il corpo nella sabbia e lasciano fuori soltanto la testa, sono pericolosissimi perché risultano quasi invisibili e, se pestati, mordono. Molti ebrei vengono punti, ma si salvano quando volgono lo sguardo al serpente di rame che Mosè ha costruito ed innalzato su di un’asta.
Per Nicodemo è difficile comprendere, perché non ha ancora avuto l’esperienza della crocifissione, morte e risurrezione di Gesù. Anche se in questo brano ad un certo momento scompare, tuttavia lo ritroviamo ancora nel vangelo di Giovanni, dapprima quando cerca di difendere Gesù e viene tacciato di ignoranza poi al momento della sepoltura del Maestro; quindi in un modo o nell’altro aveva continuato ad interessarsi a Lui. Ma anche per noi, che conosciamo l’esperienza della morte e risurrezione di Gesù, non è facile seguire l’insegnamento che ci viene da questo brano.
Sono presenti, anche nella vita della nostra società, serpenti che nascondono la loro pericolosità. Il veleno dei serpenti del nostro tempo è dato dal peccato che prospera nell’egoismo di ognuno di noi. La nostra natura richiede, per la nostra stessa vita, una cura quotidiana e continua. Per questo dobbiamo alzare lo sguardo da terra e guardare a colui che hanno innalzato. Il suo amore per l’uomo giunge al dono totale di sé stesso. Vivere l’amore è la vera vita e chi vive l’amore non può che risorgere.
Da questo punto di vista comprendiamo meglio la considerazione dell’evangelista che ci ricorda come Gesù non sia venuto in mezzo agli uomini per condannarli ma per cercare di salvarli. Prima che venisse Gesù – ed anche là dove oggi Gesù non è – ci si comporta da belve (vedasi il libro di Daniele) che grazie alla propria forza e brutalità dominano e sfruttano tutto il creato. Solo l’agnello può, sacrificandosi, far comprendere alla belva che si sta comportando da belva.
E solo grazie al riconoscersi, in qualche misura, belve può iniziare il percorso che comincia con il guardare verso l’alto.

Pier Angelo Sordi

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