Petrarca maestro di riferimento anche per gli umanisti della Lunigiana storica

Pontremoli: un convegno della Deputazione di Storia Patria e dell’Associazione “Vasco Bianchi”

“Misser Francesco Patrarca”. Ritratto a penna sull’ultima carta di un incunabolo stampato a Milano nel 1494 da Ulderico Scinzenzeler
“Misser Francesco Patrarca”. Ritratto a penna sull’ultima carta di un incunabolo stampato a Milano nel 1494 da Ulderico Scinzenzeler

Il Petrarca (1304-1374) introduce chiari elementi di cultura dell’Umanesimo, mette al centro l’uomo, riscopre i classici, ne rifiuta la lettura travisata in chiave cristiana del Medioevo, dà importanza al contesto storico, culturale in cui le opere classiche erano state pensate e scritte. Inventa il metodo filologico, ritiene la lezione morale degli antichi universale, valida per ogni epoca. Il pensiero di sant’Agostino è il modello etico e spirituale dell’umanesimo cristiano petrarchesco, è così nel poema Africa quando Magone riflette sulla vanità delle cose umane e sul valore liberatorio della morte, transito verso l’eterno.
Nel Secretum la consonanza con la spiritualità agostiniana è profonda, c’è conflitto interiore tra passioni terrene e ansia di Dio. L’impegno morale nella vita attiva delinea una vocazione civile del letterato, che deve aiutare al continuo miglioramento di sé e degli altri col dialogo e la carità. Questo stile di vita lo attuò anche presso le corti dei signori del suo tempo, che facevano a gara per ospitarlo come segno di prestigio.
Riscoprì l’otium dei classici rivestendolo di un nuovo significato di attività intellettuale nella tranquillità di un rifugio appartato per concentrarsi e poi portare messaggi etici, una scelta di vita vicina ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa. Gettò il seme dell’Umanesimo già nell’incontro con Boccaccio e Coluccio Salutati, con Francesco Filelfo a Milano: nasceva un Umanesimo delle corti che si estese in tutta Italia.
Anche in Lunigiana la fama del Petrarca fu diffusa. Fu modello di stile di vita per il “cieco da Pontremoli”, che qui insegnò grammatica dal 1335 al 1348. Il vecchio cieco insieme al figlio nel 1341 andò a piedi a Napoli per conoscere di persona il poeta ospite di Roberto d’Angiò, ma quando arrivò non c’era più.
Poté conoscerlo a Parma, dove meravigliò tutta la città “col baciare la fronte da cui furono pensate e la mano da cui furono scritte le cose dalle quali aveva preso diletto ineffabile”, scrive Petrarca in una lettera delle Seniles e lo definisce poeta. Giovanni Manzini di Fivizzano umanista precettore presso i Visconti sentì suo maestro il Petrarca e ne descrisse la morte in una lettera al bresciano Andriolo de Ochis: fu trovato morto sui libri come se dormisse.
10Profilo_PontremoliTanti altri furono gli umanisti lunigianesi che allacciarono rapporti coi letterati più grandi del tempo. Nel Quattrocento lo stampatore Jacopo da Fivizzano, Antonio Da Faie di Malgrate autore della famosa Cronaca in volgare, il papa sarzanese Niccolò V fondatore della Biblioteca Vaticana, Pietro e Antonio Noceti di Bagnone attivi a Roma, Paolo Belmesseri autore di raffinati versi latini e medico del re di Francia Francesco I, Bonaventura Pistofilo di Malgrate che si ispirò al Petrarca meritando le lodi del Bembo, alla corte estense a Ferrara fu amico dell’Ariosto che gli dedicò la VI Satira.
Il sarzanese Giacomo Bracelli descrisse in versi latini la Liguria, Anton M. Visdomini di Arcola fu commentatore in latino delle tragedie di Seneca, Bartolomeo Fazio della Spezia col Bracelli scrisse in latino la Vita di Alfonso I d’Aragona re di Napoli, in quella corte operò lo spezzino Giacomo Curlo, grecista e latinista. Antonio Ivani sarzanese fu legato al circolo neoplatonico di Marsilio Ficino a Firenze, mentre il suo concittadino Anton M. Parentucelli era nella corrente dell’aristotelismo insieme a Paolo Belmesseri.
Nel Cinquecento versi latini furono composti dai sarzanesi Agostino Bernucci e Baldassare Taravacci e da Ventura Peccini di Panicale. Di ispirazione petrarchesca furono l’Accademia degli Imperfetti a Fivizzano e a Massa il cenacolo culturale del principe Alberico I Cybo Malaspina con Giovanni Giudici e Agostino Ghirlanda massesi.
A Carrara scultore e letterato fu Danese Cattaneo legato a Torquato Tasso. Le esigenze di rinnovamento morale furono espresse dal gesuita Silvestro Landini di Malgrate, mentre alla problematica storiografica si apriva Papirio Picedi di Arcola. (sintesi dalla relazione tenuta da Paola Bianchi)

 

Nel contesto italiano ed europeo,
Nicodemo Trincadini letterato e diplomatico di Pontremoli

Panorama di Pontremoli dal castello del Piagnaro
Panorama di Pontremoli dal castello del Piagnaro

Un convegno ricco di riflessioni storiche, critiche e filologiche quello del 3 marzo alle Stanze della Rosa promosso da Deputazione Storia Patria Province Parmensi e Associazione “Vasco Bianchi”. La figura dell’umanista e diplomatico NicodemoTrincadini (Pontremoli 1411-Milano1481) è stata illustrata da Paolo Lapi partendo dalla chiesa di S. Francesco dove era la cappella di famiglia e nell’atrio è murata la pietra tombale con stemma dell’aquila bicipite. Il bassorilievo della Vergine e il Bambino di Agostino di Duccio ornava la cappella funeraria prima del trasferimento dove è ora.
Le notizie biografiche sono state richiamate anche da Giuseppe Benelli presidente DSPPP desunte dalle Memorie del Campi. Ebbe importanti incarichi diplomatici presso papi e regnanti del tempo. Uomo di studio, scrittore raccolse un’importante biblioteca di manoscritti greci e latini tra Oriente e Occidente negli anni decisivi dell’invenzione della stampa e arrivo di autori e testi da Bisanzio presa dai Turchi.
Della consistenza e passaggio di mano dei suoi libri nelle Biblioteche fiorentine Riccardiana, Laurenziana e di Niccolò Nicoli, nella Braidense milanese e del programma di traduzioni di papa Niccolò V ha parlato con dotto entusiasmo Mariella Menchelli dell’Università di Pisa e DSPPP, prima promotrice del Convegno. Dobbiamo a Pietro Ferrari la compilazione di liste della biblioteca trincadiniana, 67 volumi da Firenze furono inviati a Pontremoli.
Sono intervenuti anche studenti della Normale allievi di corsi di paleografia greca che tiene M. Menchelli, presente anche il prof. Berti ordinario della disciplina. Edoardo Benati ha ben spiegato le annotazioni del veneziano Francesco Barbaro al Minos (La Repubblica di Platone): ne fece una lettura utilitaristica di interesse etico e politico, che vede nel mito di Minosse forme di governo aristocratico ma anche con potere del popolo: un’anticipazione della Serenissima Repubblica di Venezia e della morale cristiana.
Le annotazioni su Dione dell’umanista Francesco Filelfo, scritte in greco con grafia particolare, conservate su due codici della Laurenziana, sono state esposte con buona competenza paleografica da Mariangela Palombo, mentre Giulia Mucci, ha con altrettanta efficacia, parlato della traduzione delle Lettere platoniche di Filelfo con commenti autografi.

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