Le cure palliative sono una risposta buona, doverosa ed eticamente corretta

Ribadita la posizione della Chiesa al termine di un congresso internazionale in Vaticano organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita. Un Libro bianco con 13 raccomandazioni a coloro che sono coinvolti

10cure_palliativeSecondo l’organo legislativo dell’Organizzazione mondiale della sanità (World Health Assembly), nel mondo ogni anno oltre 40 milioni di persone avrebbero bisogno di cure palliative, ma il dato è destinato a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione e della persistenza di malattie croniche e infettive.
Per fotografare la situazione attraverso un confronto tra esperienze di paesi, culture e tradizioni religiose diverse e per diffondere una cultura dell’attenzione al malato terminale, alla qualità della sua vita e della famiglia che lo circonda, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha organizzato in Vaticano un congresso internazionale sull’argomento, conclusosi con la presentazione di un “Libro bianco per la promozione delle cure palliative in tutto il mondo”.
All’importante assise hanno partecipato più di 400 specialisti e operatori del settore di 38 Paesi del mondo. L’argomento, non nuovo, ha però bisogno di continue riflessioni, in base ai progressi che la medicina annuncia quasi ogni giorno e al conseguente avanzamento dei confini che distinguono le cure dall’accanimento terapeutico.
Con le cure palliative si persegue la presa in carico integrale del paziente, specialmente nella fase terminale della vita, allo scopo di dare sollievo alla sofferenza e accompagnare i malati ad una morte dignitosa e il più possibile serena. Un terreno, quindi, quanto mai infido, vuoi per la delicatezza del momento nella vita di una persona, come anche delle continue spinte verso interventi che, al contrario, vorrebbero giungere a incidere sulla durata della vita stessa.

Mons. Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita
Mons. Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita

Per la Chiesa la definizione di una dottrina in questo campo è storia che rimanda abbastanza indietro nel tempo. Erano gli anni Cinquanta dello scorso secolo, quando Papa Pio XII sosteneva la liceità degli analgesici per il trattamento del dolore insopportabile e non altrimenti alleviabile, anche se questi potessero essere indirettamente causa di abbreviazione della vita. Un rischio, quest’ultimo, legato alla scarsa possibilità di controllo di quelle terapie.
Oggi questi effetti collaterali sono quasi del tutto scomparsi e quindi la riflessione è concentrata sul “quando” si possa dire di essere di fronte a quei casi estremi che rendono lecite le cure palliative. Fermo restando anche la sedazione profonda, che rientra tra questi tipi di terapie, non ha nulla a che vedere con l’eutanasia o il suicidio assistito.
Se però si trasferiscono queste riflessioni su scala mondiale – tale era la dimensione del convegno – tutto diventa più difficile e complicato perché si devono fare i conti con punti di vista, tradizioni religiose, situazioni economiche e sociali, contesti culturali molto diversi gli uni dagli altri. Uno dei problemi più divisivi è proprio la profonda disparità tra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo, dato che, come è facile immaginare, in questi ultimi è carente la preparazione del personale, sono inadeguate e scarse le strutture e i servizi sanitari, senza contare il fatalismo che ancora pervade le mentalità di certe popolazioni.
Ciò non ha impedito, però, che dal convegno uscisse una forte volontà di promuovere la diffusione delle cure palliative su scala globale. Va letto in tal senso il Libro bianco presentato a conclusione dei lavori.
“Si tratta – dichiara mons. Renzo Pegoraro, cancelliere della Pav – della sintesi operativa di un testo più ampio che contiene 13 raccomandazioni rivolte ad altrettante categorie di soggetti che a diverso titolo sono coinvolte nel problema: da quanti decidono le strategie sanitarie ed economiche alle università, agli ospedali, ai medici, alle aziende farmaceutiche, alle organizzazioni internazionali, alle varie chiese e istituzioni religiose. Tutti costoro possono contribuire a promuovere una cultura della vicinanza e dell’accompagnamento nei confronti di chi si trova in condizioni di maggiore fragilità. Il lavoro non manca nemmeno in Italia, dove dal 2010 è in vigore una legge giudicata valida dagli operatori ma dove anche c’è tanto da fare per diffondere queste pratiche e abbattere quelle disparità territoriali tanto più insopportabili in un settore così delicato ed essenziale per la vita (sia pure vicina al suo termine) dei cittadini”.

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