Don Oreste Benzi un “infaticabile apostolo della carità”

A 10 anni dalla sua nascita al cielo

DON ORESTE BENZIErano circa le due di notte del 2 novembre. Don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, disse le sue ultime parole: “Muoio, mi apro all’infinito”. Avrebbe dovuto controllare lo stato del suo cuore proprio la mattina seguente, controllo rimandato varie volte perché non riusciva a trovare il tempo: per lui i poveri non potevano aspettare! Era una persona legata stretta a Gesù, quando lo incontravi ti cambiava la vita, te la faceva riassaporare anche se ti trovavi in momenti di disperazione. Era anche legato molto alla preghiera ed aveva due motti: “per stare in piedi bisogna stare in ginocchio” e “mezz’ora di preghiera per sopravvivere, un’ora per respirare bene (e per far cambiare il mondo)”.
Quello che ha lasciato non appassisce, anzi, l’associazione ha oltre 500 strutture nel mondo e garantisce 7,5 milioni di pasti all’anno, con oltre 2.000 membri effettivi e molti altri nel periodo di verifica vocazionale, oltre ai volontari, a coloro che semplicemente si avvicinano per fare un’esperienza di vita diversa, ai gruppi scout o parrocchiali che spesso chiedono di passare alcuni giorni in una delle tante case famiglia: in Lunigiana ne sono presenti 6.
A Rimini, sua città natale, si sono susseguite varie manifestazioni per ricordarlo. Fra queste, il 31 ottobre, c’è stato un convegno molto partecipato che ha visto sul palco anche personaggi dello spettacolo come il comico di Zelig Paolo Cevoli che, con la sua simpatia, ha detto di esser stato colpito molto da don Oreste già a scuola, quando era suo professore di religione, perché lo “costringeva” a fare riflessioni importanti su Dio e sulla vita.
E poi c’era il suo sorriso e quel “dai, ci stai?” che invogliava a seguirlo, a seguire Gesù. Anche nelle discoteche, dove andava a parlare coi giovani, riusciva a far fermare la musica e a far fare “un applauso a Gesù!”. E poi si fermava ore a confessare in un angolo della sala da ballo. E c’era la coda per andare da lui, anche in discoteca!
Personalmente credo sia fra i santi in paradiso, non solo per quello che ha fatto ma anche per alcuni segni davvero speciali che ha lasciato. Un esempio: era solito scrivere i commenti alle letture per le celebrazioni eucaristiche giornaliere che, poi, venivano raccolti e pubblicati in un libretto chiamato “Pane Quotidiano”. Ancora oggi centinaia di persone lo leggono e ad esso tanti sacerdoti si ispirano per le omelie: commenti scritti nel corso di 20 anni circa, ora scelti e pubblicati grazie all’aiuto di alcune consacrate della comunità. Ebbene, il “don” ovviamente scriveva in anticipo ogni pensiero perché il libretto è un bimestrale; ecco cosa c’era scritto il giorno della sua morte, il 2 novembre 2007: “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra la gente che sarà vicino dirà “è morto”! In realtà è una bugia! Sono morto per chi non mi vede, per chi sta lì. Certo, le mie mani saranno fredde e il mio occhio non potrà più vedere ma, in realtà, la morte non esiste: appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio… la morte è il momento dell’abbraccio col Padre”.
Don Oreste e la “Papa Giovanni” si occupavano e si occupano ancora oggi di ogni forma di problema sociale, cercando di aiutare chi è in difficoltà ma anche di rimuovere le cause delle ingiustizie.
Ricordava uno dei suoi stretti collaboratori, P. G. Cofano, che assieme erano andati a parlare al presidente della Nigeria per far fermare la tratta delle ragazze che si prostituiscono, a Gheddafi, a tanti politici italiani. Sempre col sorriso ma anche con tanta decisione. Ma l’aneddoto della sua vita che personalmente ho più a cuore riguarda una ragazza nigeriana che aveva accettato di abbandonare la strada dove era costretta a prostituirsi. Era incinta e nessuno riusciva a convincerla a non abortire. Chiamarono Don Oreste che provò a parlarle, ma la ragazza non cambiava idea; allora si mise in ginocchio davanti a lei, finché non desistette. E nacque Francesca!

Stefano Bonvini

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