La vigna del Signore è la casa d’Israele

Domenica 8 ottobre, XXVII del tempo ordinario
(Is 5,1-7;   Fil 4,6-9;   Mt 21,33-43)

37vangeloOggi più che mai l’umanità sembra dimenticare di essere in affitto, di essere pellegrina. Non sa vivere nella gratitudine del dono della vita, che gli viene offerta ad ogni istante. Il Signore ci ha donato la possibilità di lavorare nella sua vigna, perché ciascuno di noi porti frutti di bene, per se stesso e per gli altri, ciascuno con il proprio ruolo. Ci ha messo in condizione di dare il meglio di noi, nonostante le crisi e le sconfitte, per far maturare frutti di vita reali e visibili a tutti.
Ogni anno è diverso, e può capitare che una parte del prodotto non maturi o marcisca. Il nostro rifiuto dell’amore di Dio, la nostra insistenza ad amministrare la nostra vita (e possibilmente anche quella degli altri) esclusivamente ai nostri fini produce effetti negativi.
Dio non cessa di amare la sua vigna, ma essa subisce le conseguenze del rifiuto del suo amore. È libertà. Siamo liberi di rifiutare l’amore di Dio. Ma questo ha degli effetti: gli acini acerbi o marci delle ingiustizie e delle oppressioni, la mancanza di giustizia e di rettitudine. A Dio non interessa l’esteriorità solenne dei riti, ma vuole che instauriamo relazioni umane più eque e fraterne. Se chi lavora nella vigna persegue i propri interessi e cerca vantaggi, sfruttando il terreno per appropriarsi dei frutti solo per sé, senza interessarsi degli altri, non procede verso il regno di Dio, e, nei fatti, non vuole farne parte.
Non sono mancati, e non mancano, i profeti falsi e perversi, e i ministri usurpatori, che hanno approfittato della propria posizione per trarre vantaggio dal popolo di Dio. Non è una tentazione a cui cedano solo i pastori: anche i semplici cristiani, impegnati nella vita parrocchiale, a volte approfittano del proprio incarico per spadroneggiare sugli altri, magari per rivalersi delle proprie frustrazioni personali. Poi ci sono i fondatori di gruppi che, con la loro parola fascinosa, attraggono tanta gente, anche con finalità di lucro. O gli operatori pastorali, che eludono la sorveglianza dei responsabili per creare gruppuscoli isolati, a scapito della comunità intera. O tutti coloro che ricorrono ad espedienti per trarre guadagno e prosperità economica dalla vita delle nostre comunità. Chi tende in qualsiasi forma a farsi grande, anziché porsi seriamente al servizio del popolo di Dio, non è interessato a farne parte.
Le difficoltà che emergono all’interno delle nostre comunità creano un riverbero anche nell’opinione pubblica non credente, che si sente rafforzata nelle proprie convinzioni. I nostri contemporanei, sempre più scristianizzati, ci osservano e ci giudicano. E hanno buon gioco a sostenere che la nostra religione anziché unire gli uomini li ha divisi e sfruttati. Tutte le volte che non abbiamo esercitato la correzione fraterna verso questi fratelli che sbagliano, abbiamo omesso la nostra necessaria testimonianza. Quando, nelle comunità, c’è un problema, la responsabilità è di ciascun membro: quelli che sbagliano platealmente peccano, ma anche quelli che, invece di dirlo direttamente agli interessati, si limitano alla mormorazione, non peccano di meno.
Dio è Misericordia e continuamente tenta di recuperare il peccatore, e rinnova il suo sostegno a chi lavora nella vigna. Ha inviato il proprio Figlio e lo ha dato in pasto ai vignaioli assassini, e quelli lo hanno ucciso. Gesù chiede a chi lo ascolta l’esito della parabola: “Quando verrà il padrone della vigna, cosa farà a quei contadini, che hanno ucciso il figlio?”. Lui non giudica e chiede agli apostoli cosa deve fare. È l’uomo stesso che si giudica e si castiga. La risposta è stata che la vigna sarà data ad altri contadini.

Pierantonio e Davide Furfori

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