Giulio Armanini, il difficile “mestiere” dello storico

Una bella intelligenza dedicata all’educazione dei giovani e allo studio del territorio praticati con impegno e rigore

pracchiolaLa perdita improvvisa di Giulio Armanini è struggente, vogliamo in qualche modo trovare conforto nel ricordarne la bella intelligenza, gli interessi di studio e le molteplici ricerche coltivate con umiltà, senza esibizioni, ma condotte con buon uso dei ferri del mestiere di scrivere e insegnare la storia; lo ha fatto nelle scuole superiori al Liceo Scientifico di Villafranca e all’Istituto Magistrale di Pontremoli e anche nella cura didattica e pedagogica, non solo amministrativa, negli anni della dirigenza scolastica. L’appartenenza al territorio dei “suoi” di famiglia e di paese (Toplecca, Pracchiola e tutta l’alta valle della Magra) lo porta a scegliere di discutere all’Università di Genova nel 1972-1973 per la laurea in lettere e filosofia una tesi di storia. La discusse, meritando la lode, con Geo Pistarino, gran conoscitore del Medioevo.
Nella prefazione della sua tesi “Pontremoli fra il ‘400 e il ‘500: politica, società, economia” Giulio indica la sostanza del suo lavoro e il metodo di analisi. Scrive che “vivere in una città, interessarsi ai suoi problemi, seguirne le sorti con l’amarezza di chi è costretto a constatarne il declino, è sprone continuo a conoscere gli uomini e le situazioni che ne hanno determinato, con una storia densa di avvenimenti, la straordinaria vitalità nel passato per capire e giustificare l’attuale involuzione”.
La storia di Pontremoli sta tutta in questa parabola e l’analisi è nel segno della nuova storiografia della scuola francese nata nel 1930 e diffusa dalla rivista Les Annales: essa, discordando sia dagli storici neoidealisti sia dai positivisti, distoglieva l’obiettivo dai grandi uomini e dagli Stati e lo puntava, dietro di essi, sulle “sole realtà concrete che sono gli uomini, appartenenti a collettività notevolmente omogenee” (Marc Bloch). D’altra parte, già prima degli storici francesi il criterio l’aveva messo in pratica Manzoni nella prefazione alla tragedia Adelchi (la storia è fatta da un’infinita moltitudine di uomini che di sé non lascia traccia) e ne “I promessi Sposi”, romanzo che fa protagonisti due “baggiani” e non “Principi e Potentati e qualificati personaggi”. La tesi è stata elaborata con questa prospettiva lavorando su minute analisi e sfogliando moltissime carte dall’Archivio di Stato della SS. Annunziata e da un manoscritto anonimo secentesco della biblioteca del Seminario e consultando un’ampia bibliografia di storia locale e generale.
Ne viene un’analisi critica degli eventi e del loro contesto da parte del giovane dottore Armanini, che segna il punto di partenza di tanti altri studi, la maggior parte sollecitati dal dovere morale di preparare sempre e bene le lezioni di storia, come quelle di italiano e latino, sue discipline professionali. Non il metodo dell’erudito, ma conoscenza precisa del maggior numero di fonti disponibili, chinato sul presente per cercare di capire il passato, che è in fin dei conti la funzione del gravoso impegno della ricerca, con la finalità forse utopica che la storia sia “maestra di vita” (purtroppo spesso non è così e lo dimostrano le nuove minacce del nostro presente). Giulio con attaccamento alla sua gente, ai suoi luoghi, ma esperto del mondo, non un provinciale, ha studiato le realtà dei governi, della politica, ma soprattutto dell’uomo, dell’emigrante, che era anche carne della sua famiglia, costretto a cercare il pane in altre terre.
È la vita delle frazioni e di Pontremoli, paese che perse le sue libertà comunali, basate sul punto di forza di essere nodo strategico di percorsi verso Roma, a causa di una litigiosità accanita tra fazioni con l’inevitabile conseguenza di diventare terra di conquista. L’estremo frazionamento politico e del suolo agrario e boschivo della Lunigiana, la mancanza di stabilità politica, il disagio sociale, il campanilismo, l’assenza di un centro aggregante vivo ed efficiente ne spiegano il progressivo declino e la debolezza economica proiettata nel futuro, con l’eccezione di un tempo breve di vivacità commerciale e di fioritura architettonica tardobarocca. portato però da operatori esterni e da politiche economiche del governo fiorentino.
La “cultura materiale” messa al centro della ricerca storica ha portato Giulio a delineare mentalità e sensibilità delle persone, a ricercare che cosa mangiava la gente, di che cosa moriva, come viveva nel concreto della quotidianità, a osservare frazione per frazione i “fuochi”, le famiglie registrate nei cinque cartulari dei Libri dell’estimo del 1508 compilato dopo l’incendio del 1495, attingendo ad archivi esterni di Milano, Genova e Firenze, gli Stati interessati a conquistare e controllare la Lunigiana dopo il crollo dei Malaspina. Con curiosità e per mantenere la memoria ha guardato le cose rurali, la forma dei campi, la pulitura delle strade, la rotazione delle coltivazioni e altre tecniche per non isterilire i terreni. La vera grandezza e nobiltà di Pontremoli la vede nella “laboriosità dei suoi cittadini, nella loro tenacia, nel rispetto delle istituzioni e delle norme (fissate già in ogni dettaglio negli Statuti editi da Seth Viotto a Parma nel 1571) che reggono un popolo civile” e non nella prosopopea della pseudostoria decantata a più riprese nelle richieste di fare Pontremoli città nobile motivandola per antichità, privilegi, distinzione tra nobili e non nobili. Una riflessione di valore storico ed etico in linea coerente con un metodo di ricerca che caratterizza tutto il profilo di Giulio, che lo ha portato a frugare nei libri e nei contatti umani, a rilevare dettagli, a indagare con la mente e col cuore “ciò che accorda e disunisce per metterci nel bello mezzo di una verità”, senza la presunzione di raggiungerla tutta ma con umile e onesta disposizione a cercarla e a decifrarla. Queste sono state le sue lezioni, lui “artigiano” del mestiere dello storico, questa la sua filosofia della storia, ben lontana da una metodologia che possa dirsi empirica oppure sollecitata solo dall’attualità.

Storie delle nostre comunità

casalinaGiulio Armanini ha lavorato molto: lo desumiamo dal suo blog avviato in tempi ormai lontani e dal suo archivio, testimone di tante ricerche, di ampie letture di saggistica storica in volumi, riviste e giornali. La passione per la storia locale ha orientato i suoi interessi sugli estimi, fonte primaria per capire le dinamiche sociali ed economiche: da chi possiede la terra dipende tutta la struttura di una società rurale quale fu anche la nostra per molti secoli. Un campione emblematico, desunto dai manoscritti degli estimi del 1508, riguarda tutta la Valdantena e il territorio tra Ponticello, Caprio e Scorcetoli. Emerge la piccolissima dimensione dei campi coltivabili, spesso non contigui e poco fertili, mancando anche lo stallatico per scarsità di allevamenti animali. I coltivi nel tempo erano stati acquisiti sradicando boschi, per aumentare la superficie coltivabile; a braccia d’uomo furono sterrati pendii per terrazzarli sostenuti da muri a secco e per difenderli dalle alluvioni. La conformazione geologica delle due zone non presenta, soprattutto in Valdantena, terreni pianeggianti, nella piana di Scorcetoli quei pochi erano i poderi dei “signori” a conduzione mezzadrile. È un quadro di lavoro duro, di redditi incerti, condizionati anche dall’andamento climatico; in un territorio in cui – facendo entrare la storia generale dentro quella locale – con gli innocui pellegrini francigeni, transitavano eserciti predatori portatori di guerre, incendi, epidemie, carestie e tanti morti per fame. Per le due zone analizzate Giulio ha portato le sue valutazioni critiche sui periodi più recenti, ha organizzato un quadro completo della demografia dalla fine del Settecento al 2013, che evidenzia un grave decremento e crisi che fanno della Lunigiana “un profondo Sud”. La sintesi è che oggi anche nel nostro territorio cresce la popolazione anziana e aumenta la non autosufficienza, sono maggiori le necessità di servizi che invece si riducono, non vengono definiti interventi di salvaguardia. “Paghiamo un passato, specialmente recente, quando non si è saputo guardare avanti, ma solo soddisfare clientelari esigenze localistiche”: in questo amaro e vero giudizio sta la personalità culturale, storica e politica di Giulio, che emerge anche da altri studi sull’emigrazione, sulla stampa periodica, sulle strutture sanitarie e di volontariato, su socialisti e cattolici insieme a studi di cultura generale, come un mirabile lavoro sulle lontane origini della protesta di Lutero e le sue conseguenze.

Maria Luisa Simoncelli

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