1917: continua la guerra che l’intervento degli Stati Uniti non fa finire

Il 6 aprile di cento anni fa gli Stati Uniti inviarono un milione di soldati in Europa per combattere nella Prima Guerra Mondiale a fianco dell’Intesa. L’entrata degli USA nel conflitto cambiò gli equilibri, ma “l’inutile strage” continuò ancora per un anno e mezzo. La caduta degli zar e la rivoluzione bolscevica portarono la Russia alla firma della pace separata

Fanteria americana a Verdun, sul fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale
Fanteria americana a Verdun, sul fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale

Erano già moltissimi i mesi atroci dei massacri e il 1917, quarto anno di guerra, faceva registrare su tutti i fronti stanchezza negli eserciti, ribellione agli ordini militari con atti di ammutinamento come quello dei marinai della flotta tedesca del Baltico. In tutti i paesi andava crescendo l’opposizione alla guerra da parte delle masse operaie e contadine, i cui membri costituivano il grosso delle truppe al fronte; nelle fabbriche che producevano armi si fecero scioperi (uno grande a Berlino nell’aprile, allargato ad altri luoghi), la fame era gravissima fra i civili.
A Torino nell’agosto 1917 lavoratori per la mancanza di derrate alimentari diedero vita ad una rivolta spontanea che denunciava l’arricchimento di chi speculava sulla guerra. La repressione portò a 41 morti e molte condanne emesse dai tribunali militari. La risposta dei governi e dei comandi militari fu quella delle spietate decimazioni con scelte a caso delle vittime, della repressione in massa e della fucilazione, come fu per l’unità di fanteria della brigata Catanzaro che si era rivoltata contro gli insostenibili ordini degli alti comandi. Il blocco navale inglese indusse la Germania a riprendere a inizio febbraio la guerra sottomarina illimitata, era stata sospesa nel 1915 dopo l’affondamento del Lusitania. Venivano colpite senza preavviso anche le navi neutrali che fornissero aiuti ai paesi dell’Intesa.
L’insidia degli u-boot decise gli Stati Uniti ad entrare in guerra il 6 aprile 1917.
Sui campi di battaglia europei arrivò un milione di soldati e le posizioni dei governi dell’Intesa si rafforzarono intensamente per aiuti finanziari, industriali, militari, alimentari e per buona influenza sul morale dei soldati, tuttavia la sospirata pace si fece aspettare ancora per quasi due anni. Invece della trattativa, sia la Francia coi nuovi governi Pétain e poi Clemenceau con forte voglia di rivincita, sia la Germania (governi Hindenburg e Ludendorff) puntavano sulla vittoria finale e totale e punivano come disfattisti tutti quelli che cercavano di lavorare per far finire “l’inutile strage” come invocò inascoltato papa Benedetto XV. La Germania riprese la guerra sottomarina sperando, dopo il tramonto dell’iniziale illusione che avrebbe vinto con una “guerra lampo”, di sfondare sul fronte occidentale prima che si facesse efficace l’intervento americano, invece gli eserciti contrapposti mantennero le loro posizioni.
Nell’aprile di cento anni fa un altro avvenimento fondamentale fu il crollo del fronte russo che permise agli imperi centrali di dirottare sugli altri fronti tutta l’offensiva militare. La situazione dell’esercito zarista russo era di una disgregazione ormai inarrestabile per ragioni intrinseche di strategie e disponibilità di armamenti, ma determinante fu la situazione politica e sociale di estrema arretratezza in un paese da tempo attraversato da forti tensioni, tentativi di riforme e di rivoluzioni.

Il rientro in Russia di Lenin che cambiò la storia

L’arrivo di Lenin a San Pietroburgo il 16 aprile 1917
L’arrivo di Lenin a San Pietroburgo il 16 aprile 1917

Vladimir Ul’ianov detto Lenin (1870-1924) per la sua attività rivoluzionaria fu confinato in Siberia poi esiliato in Svizzera; era stato protagonista della scissione dei bolscevichi nel partito socialdemocratico russo. Allo scoppio della prima guerra mondiale sfruttò l’occasione per far vincere in Russia la rivoluzione. Il 16 aprile 1917 in vagone blindato (con aiuto tedesco) rientrò a San Pietroburgo e pubblicò sulla Pravda le “tesi di aprile” che come primo passo portarono ad uscire dalla guerra considerata determinata dall’imperialismo ultima fase del capitalismo. Lavorò per far finire i governi provvisori e la Duma. Le tesi furono applicate nell’insurrezione armata d’ottobre da cui nacque un radicale cambiamento in Russia con conseguenze nella storia mondiale in parte ancora in atto. Alla domanda “che fare?” Lenin rispose coi famosi dieci punti impostati sul dare tutto il potere ai “soviet”, che erano le associazioni di operai e contadini. La proprietà privata doveva essere abolita, le industrie e le terre nazionalizzate, come le banche, tutto sotto controllo dei soviet. La democrazia la interpreta dittatura borghese, non riconosce le istituzioni liberali, sostiene necessaria la dittatura del proletariato come transizione dal capitalismo alla società senza classi del comunismo. Nella disgregazione dello Stato più retrogrado d’Europa, con poca borghesia e incapace di ricostruire il paese, Lenin fu abile nello sfruttare ai propri fini il processo storico in atto in Russia.

A febbraio 1917 di fatto l’impero zarista era morto con la nascita di un Parlamento (Duma) democratico-borghese e con tre successivi governi provvisori socialrivoluzionari (ultimo quello di Kerenskij), che il rientro di Lenin dall’esilio fece crollare portando alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre. Primo passo diventò far uscire senza condizioni la Russia dalla guerra, intesa come brigantaggio per gli interessi del capitalismo imperialista, e fare una guerra civile, una rivoluzione.
Nel marzo 1918 la Russia a regime comunista firmerà la pace separata di Brest-Litovsk e cederà Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania che diventeranno indipendenti come pure l’Ucraina. Dopo la guerra sottomarina, l’intervento americano, la sconfitta della Russia, un quarto avvenimento di grande portata sul fronte italiano fu nell’ottobre da parte dell’esercito austriaco e tedesco lo sfondamento delle linee presso Caporetto e la penetrazione in profondità per 150 km. Il generale Cadorna cercò di dare la colpa ai soldati mentre erano state divergenze e inettitudini degli alti comandi (sue per prima) a provocare il disastro. A lui, che aveva sempre dimostrato disinteresse per la vita dei soldati lanciandoli come carne da macello all’assalto dalle trincee, subentrò nel comando supremo un più ragionevole generale Armando Diaz.
Avrebbe potuto essere la sconfitta definitiva, invece l’esercito italiano si riorganizzò sulla linea del Piave e porterà un colpo decisivo alla sconfitta finale degli Imperi centrali: un evento vissuto come epico nella storia italiana.

Maria Luisa Simoncelli

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